C’era una volta …. un Re!!

E’ il 18 Gennaio del 1977. Manca qualche minuto alle 19.30. Fa freddo e la collina Fleming a Roma è presa dalla frenesia di chi sta per tornarsene a casa a cenare. È l’alba di uno degli anni più bui e strani del ‘900 italiano. Il piombo è ormai un colore ed un metallo con il quale gli italiani hanno, da qualche tempo, troppa confidenza. Le città sono scosse dagli e chi di spari che non accennano a diminuire, anzi. Roma non fa eccezione (poco più di un anno dopo, sarebbe stato teatro del rapimento di Aldo Moro). Il gioielliere sta aspettando un amico rappresentante di profumi che deve portargli dei campioni. Il profumiere arriva, ma non è solo. Con lui ci sono due uomini. Il gioielliere li fa entrare e subito butta gli occhi sull’uomo biondo con le mani in tasca. Quell’uomo che, a guardarlo, sembra uno sciatore svedese. I capelli lunghi pettinati in maniera tale da nascondere una calvizie precoce e veloce. Il biondo ha le mani in tasca. Il gioielliere in tasca ha una pistola. Un anno prima ha subito una rapina. Ha già sparato. Il rumore è assordante. Secco. Un solo, piccolo boato. La polvere da sparo penetra nelle narici dei tre uomini ancora in piedi. Il quarto, il biondo, è steso a terra. Gli altri due guardano il gioielliere come per dire ..” ma che cazzo hai fatto??!!!!..”. La corsa in ospedale è inutile. Il biondo dai lineamenti duri e scavati muore alle 20.04.

Si apre un processo per direttissima, uno di quei procedimenti ove c’è poco da indagare. Il gioielliere dice, a sua discolpa, che, entrando, il ragazzo biondo non aveva mai tolto le mani dalle tasche del soprabito e che all’improvviso abbia gridato “..Fermi tutti, questa è una rapina.!!!!”. In un attimo, quasi automaticamente, la mano corre verso la pistola e un proiettile calibro 7,65 distrugge l’aorta del ragazzone dalle fattezze nordiche. Sempre il gioielliere, davanti al giudice, dirà che il ragazzo, cadendo all’indietro dopo il colpo, abbia avuto il tempo di dire…” E’ uno scherzo…” prima di chiudere gli occhi per sempre.  Il gioielliere verrà assolto dall’accusa di eccesso di legittima difesa e viene assolto anche perché gli altri due uomini presenti in quella gioielleria non rilasceranno mai una testimonianza chiara sull’accaduto.

Qualcuno ha ipotizzato che il biondo non avesse proferito parola e che il gioielliere abbia sparato “solo” perché insospettito da quelle mani in tasca.  A quei tempi, entrare in una gioielleria con le mani non in vista poteva sembrare un gesto avventato o quantomeno ambiguo. Ma questo non poteva certo saperlo quel ragazzo ingenuo che era entrato in quel posto, insieme ad un amico che era amico, a sua volta del profumiere, solo per comprare un regalo alla sua giovane moglie incinta del loro terzo figlio. Di lì a qualche giorno sarebbe dovuto partire per il Qatar e voleva farsi perdonare, per quell’assenza forzata, con un piccolo gioiello. Ma a godersi il sole e il caldo del Qatar non ci sarebbe mai andato. Così come non ci andò l’amico di quella sera e tutti gli amici e i colleghi della S.S. Lazio, squadra nella quale militava Luciano Re Cecconi, il biondo numero 8 ucciso, a 28 anni, a quanto pare, da uno scherzo.

Quattro anni prima, Re Cecconi, Chinaglia, D’Amico, Frustalupi, Wilson, Felice Pulici e tutta quella fantastica Lazio allenata dal grandissimo Maestrelli, avevano regalato il secondo scudetto a Roma (il primo fu quello della Roma della stagione ’41-’42) e il terzo all’ Italia Meridionale, considerando anche quello del Cagliari di Gigi Riva e Manlio Scopigno. Era un calcio diverso. Era un’Italia diversa. I tatuaggi non avevano ancora invaso la pelle dei nostri idoli. Si indossavano pesantissime maglie di lana in Inverno, e di leggero cotone in estate. Dietro non avevano il nome, ma solo il numero; e il numero aveva un senso. Faceva capire, a chi era allo stadio, quale fosse il ruolo, il compito di chi lo indossava quel numero. Se avevi il numero 1 eri il portiere, se avevi il 2 eri il terzino destro, il 7 la mezz’ala, il 9 il centravanti. Se avevi il 10, eri quello con i piedi buoni. Le stesse maglie ancora resistevano all’invasione di sponsor o pubblicità varie. Erano ancora un simbolo di appartenenza piuttosto che una pubblicità su tessuto ultra moderno e performante. I calciatori erano magri, snelli, asciutti perché il loro lavoro era correre, sudare e non sapevano manco cosa fosse una palestra. L’unica cosa che li faceva stare dietro alle mode del tempo erano le capigliature. Zazzere e baffoni che oggi risulterebbero ridicoli, erano il leit motiv dei nostri campionati anni ’70.

Le vite dei calciatori erano vite normali. Certo c’erano anche allora le eccezioni (vedi, per esempio, Giorgio Chinaglia). Gli stadi erano pieni, i palloni erano sfere di cuoio che sfondavano le ossa se per puro caso ti trovavi in barriera e chi calciava era gente che sapeva calciare, i portieri non avevano i guanti ed erano alti come gli altri compagni di squadra. Gli addetti ai lavori, dopo la partita, ancora sudati, erano felici di farsi intervistare e non avevano l’aria di chi si rompe i coglioni di parlare. E quando parlavano dicevano cose e non si abbandonavano al luogo comune più aberrante al quale siamo abituati oggi. I microfoni di Viola, Martino, Ciotti, avevano il filo. Le immagini delle partite erano in bianco e nero e quando le trasmettevano in tv non si capiva nulla. Gli arbitri avevano le divise nere. Era il gioco del calcio e in questo ambiente, Luciano Re Cecconi, si trovò catapultato dal suo “pigmalione” Tommaso Maestrelli. Prima di approdare alla Lazio, il biondo, aveva giocato solo nella Pro Patria e nel Foggia. A Foggia incontrò l’allenatore che se lo portò a Roma per vincere lo scudetto dei sogni. Luciano, figlio di un muratore, in un’intervista disse…” Quel Re davanti al mio cognome, è un regalo del re. Vittorio Emanuele II passò per Busto Arsizio e Nerviano (paese di origine di Luciano) e gradì la buona cucina e l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente della nostra campagna lombarda con un dono simbolico ma indelebile. Così i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David divennero Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II, trasmesso di generazione in generazione, l’ho accolto con orgoglio. È una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho un cognome ornato e suona bene…”

Re Cecconi era il numero 8. Centrocampista di rottura. Un frangiflutti di quelli che ti rompono le palle dal primo al novantesimo. Il numero di quelli che hanno polmoni di ferro e stinchi di acciaio. Luciano ha segnato pochi goal, ma il suo ultimo goal è sicuramente il più bello. La partita è Lazio – Juve. Corre lungo il lato destro del campo. Si libera di due bianconeri. Entra in area e un difensore zebrato cerca di contrastarlo come avrebbe fatto qualsiasi difensore degli anni ’70. Entrata che poteva costare vari mesi in ortopedia. Re Cecconi mette il piede a protezione della palla e la sposta di quel poco da far “rimbalzare” il difensore a tre metri verso il fondo. Esterno destro. Palla nell’angolino. Goal. Ecco l’essenza del centrocampista. Velocità, tenacia, forza polmoni e anche una discreta tecnica.

Dopo i fasti del ’73 – ’74, epoca in cui Maestrelli e i suoi giocatori divennero delle vere e proprie divinità, per la Lazio iniziò a delinearsi una discesa verso gli Inferi rapida e drammatica. Nel giro di un paio anni si sfiorò addirittura la retrocessione (che arrivò poi nella stagione ’80-’81).  Il campionato ’75-’76 è il più delicato per la Lazio. A mister Maestrelli viene diagnosticato un tumore al fegato che lo costringe a dire addio alla panchina. Molti dei migliori calciatori vengono ceduti (fra essi anche Giorgio Chinaglia). Re Cecconi è uno dei pochi della banda dello scudetto a restare. E resta giocando come sempre ha fatto. Dannandosi l’anima, correndo e combattendo. La squadra sfiora la retrocessione evitata per un soffio grazie al miracoloso seppur temporaneo ritorno in panca di Maestrelli, (morirà il 2 Dicembre del 1976) e ad un’ultima di campionato in cui Re Cecconi si  trasforma da uomo a monumento. Per la stagione successiva subentra al posto del “Maestro “, Luis Vinicio. La Lazio debutta contro la Juve perdendo 2-3 in casa nonostante il meraviglioso goal di Re Cecconi di cui sopra. Dovrà essere lui il perno, insieme a Bruno Giordano, della Lazio di Vinicio. Ma, si sa, le cose non vanno mai come dovrebbero andare e alla terza di campionato, il ginocchio sinistro di Re Cecconi litiga con la gamba del difensore del Bologna Tazio Roversi e si rompe.  Seguirà un lungo stop. Un infortunio è la cosa peggiore per uno sportivo ma per un guerriero è una vera e propria maledizione. Chi fa della corsa, del sudore, della lotta la sua vita non riesce a stare fermo. Quella smania di correre, quella voglia di movimento, quella impossibilità di stare fermo ti fa sentire vivo solo se fermo non ci stai.

Uno come Re Cecconi, abituato a vedere il campo come una prateria sulla quale dar sfogo ai suoi istinti, si deve essere sentito come in gabbia durante la convalescenza. E forse, anche per questo, quella sera gli era venuta voglia di scherzare. Perché i medici gli avevano detto che di lì a pochissimo sarebbe risultato di nuovo abile ed arruolato per le battaglie domenicali. E forse quel regalo non lo voleva fare solo alla moglie, ma anche a se stesso che stava per ridiventare quello che era sempre stato finora. Un calciatore. Ma la gioia è durata un attimo. Anzi qualche secondo in più. Il tempo necessario che viene dato ad una pistola per distruggere la vita di un uomo.