Cioccolato e panna

retouched/Q.C. CWL Imacon Scanner

Mi ricordo tutto, ma proprio tutto. Ogni singola partita, ogni allenamento. Le facce dei tanti compagni che hanno diviso con me spogliatoi, camere di albergo, seggiolini di autobus prima e aereo poi. Ricordo i loro lineamenti, i loro profumi ,le loro puzze, la loro delusione dopo una sconfitta, il loro dolore per un infortunio. Ricordo il campo…ohhh il campo. Quella linea bianca in gesso che separava il mondo normale dal mondo del pallone. L’odore dell’erba appena tosata, la polverina bianca delle linee sollevata dalla brezza del mare. Gli spalti vuoti durante gli allenamenti e stracolmi di emozioni la Domenica.

Ehh si ricordo. Ricordo che quando ero un ragazzino non ne volevo sapere di studiare. Facevo dannare i miei genitori. La scuola, per me, era una prigione. Quelle pareti, rese vive solo dalle poche finestre, mi facevano sentire come un cardellino in gabbia. Vedevi la luce, il sole, l’aria…ma non potevi toccarli. Il campo, invece, era il contrario. Dal campo potevi entrare ed uscire ogni volta che volevi. Lì respiravi l’aria, toccavi la pioggia, ti facevi bruciare dal Sole. Ti sentivi vivo. Passavo lì tutti i miei pomeriggi di bambino. Facevo i compiti (si fa per dire) in fretta e furia. A volte nemmeno mangiavo per fare le lezioni. Dovevo correre al campo. Ero bravo. Facevo le medie ma i ragazzi piu’ grandi, quelli che a scuola manco ci andavano più, mi facevano giocare con loro. Dicevano che ero al loro livello. Qualcuno diceva che ero anche di più.

Mio padre si spaccava la schiena a mettere pavimenti nuovi nei nuovi appartamenti dei nuovi palazzi del nuovo quartiere che stavano costruendo. Quel campetto rovinato come il manto di un cane con la rogna sembrava un’oasi in un deserto grigio di cemento e ferro. Quando papà tornava a casa passava davanti al campo e io smettevo di giocare per tornare con lui sperando, ogni volta, che non fosse incazzato per qualcosa. La mamma era fissa in casa. Non usciva mai. Doveva badare a me e ad atri tre scapocchioni come me. Nel rione dove sono cresciuto le donne non lavoravano. Erano le classiche casalinghe che uscivano solo per fare la spesa e se dovevano raccontarsi qualcosa lo facevano da balcone a balcone. Li chiamavano “quartieri dormitorio”, ma più che dormitori sembravano dei cessi all’aria aperta. Tutto era brutto. I palazzi, le poche macchine. Perfino i cani erano brutti. Secchi, sporchi, infelici. Gli uomini più fortunati come papà facevano gli operai, i bottegai, gli autisti di camion. Quelli meno fortunati o meno tenaci facevano i ladri, i venditori di contrabbando, o semplicemente niente.

Presi la licenza media e feci felici i miei. Il giorno dell’esame mamma e papà organizzarono un piccolo rinfresco nel cortile del palazzo. Fu una delle pochissime volte che vidi mio padre sereno. Lui si era fermato alla seconda elementare ed avere un figlio con la terza media era motivo di vanto e di orgoglio. Aveva, a suo modo, assolto ai doveri di genitore. Non mi aveva fatto mancare nulla ed ero pure “diplomato”. Da ora in poi sarebbero stati cavoli miei. La regola del rione prevedeva che a 13 anni sei già abbastanza grande per trovarti una fatica ed imparare un mestiere. Oltre ai miei genitori feci felice anche un osservatore della squadra della mia città. Qualcuno gli aveva detto che su quel campetto sperduto c’era un ragazzino con un bel piede e una discreta forza. Disse a mamma e papà che voleva portarmi al campo per farmi fare un provino. Disse che se mi avessero preso avrei dovuto solo allenarmi e basta. Ai costi avrebbe pensato la Società. I miei non fecero molta resistenza. Sapevano che non avrei continuato gli studi e dissero che se il provino sarebbe andato bene, avrei potuto allenarmi, a patto, però di imparare un mestiere e cominciare a portare qualche lira a casa.

Al provino mi accompagnò papà. Da solo non sarei mai riuscito a trovare la strada. Bisognava prendere i mezzi ed io non ne avevo mai preso uno. Salii per la prima volta in vita mia su un filobus. Ricordo come se fosse ieri il profumo del legno misto al ferro e il rumore dei cavi che sembravano squarciare il cielo con le loro scintille. Il campo dove feci il provino era un campo vero. Erba verde di un verde come mai l’avevo visto prima. Uomini in tuta parlavano fra loro a metà campo mentre io ed altri ragazzini aspettavamo davanti ad una delle due porte cacandoci addosso dall’emozione. Fecero accomodare i genitori su una tribunetta in cemento che sfiorava i palazzoni del quartiere alto.

Il provino andò benissimo. Credevo che mi avrebbero massacrato. Che fare le prove per una Società di serie A sarebbe stata cosa durissima. Invece mi venne tutto naturale. Gli stop, i tiri, gli scatti uscirono fuori come se nulla fosse.

Fui preso e quello che secondo me era l’allenatore delle giovanili fece un sacco di complimenti a me e papà. Disse che avrei potuto cominciare anche dalla settimana successiva. Quel giorno stesso mi diedero la divisa, la tuta e la borsa. Per le scarpe avrei dovuto aspettare un po’. Il simbolo della Società ricopriva la mia nuova armatura e papà, quel giorno, per festeggiare, mi comprò un gelato. Ce lo mangiammo in riva al mare. Papà aveva sempre quella sua faccia cupa, anche mentre la panna gli sporcava i baffi, ma dentro di me sapevo che era contento.

Ero orgoglioso di me stesso e felice per i miei genitori. Giravo per le strade del rione con la tuta che mi diede la Società. Divenne la mia seconda pelle. La mia mamma cominciò ad uscire più spesso per raccontare che suo figlio giocava per la Squadra. Io di mattina stavo chiuso in un’officina a cercare di capire come si smontavano i carburatori e le marmitte e il pomeriggio, dopo pranzo, prendevo il filobus ed andavo al campo. Fu un periodo bellissimo. Le mie giornate erano piene. Vedevo casa solo la mattina, a pranzo e a cena, quando ero talmente stanco da non avere, a volte, nemmeno la forza di mangiare. Ma era bello. Mi sentivo uomo. Come papà uscivo la mattina e tornavo la sera. In officina mi davano pochi spiccioli, ma andava bene così. Li davo tutti a mamma, anche se lei, qualche volta, di nascosto, me ne restituiva una parte. Diceva che se uno lavora deve tenere qualcosa da parte, che sennò, la voglia di lavorare se ne va.

Conobbi tanti ragazzi della mia età. Feci tutta la trafila delle giovanili. Tanti di quelli che avevo conosciuto a 13 anni, a 17 non sapevo che fine avessero fatto. Alcuni smisero col calcio del tutto. Molti di noi erano davvero poveri. Ed alcuni, dopo una brevissima ed effimera parentesi di gloria, ripiombarono da dove erano venuti più poveri di prima. Io fui fortunato. Sono stato sempre fortunato. Nella mia vita ho amato solo e sempre una cosa. Il pallone. Si anche mia moglie, i miei genitori, i fratelli. Ovvio ,li amo, li adoro…ma il pallone, non so come spiegare…forse lo può capire solo chi ci ha giocato. Entrare in uno stadio con sessantamila persone che urlano all’unisono il tuo nome e che ti abbracciano con le loro urla, le loro imprecazioni, le loro lacrime. Vivere in una città dove vedi il tuo nome scritto un po’ ovunque. Quella non libertà di non poter uscire con tua moglie per una semplice passeggiata. Forse è brutto da dirsi, ma quando succedeva io mi sentivo il padrone del mondo. Mi sentivo un Dio.

Feci il mio esordio in serie A a 17 anni e mezzo per salutarla a 32 anni e mezzo. 15 anni esatti. Tutti con la stessa squadra. Tutti con la stessa maglia. Per me esisteva solo il pallone e il fatto di averlo giocato sempre nella mia città vicino alla mia famiglia , ai miei amici, vicino alla mia infanzia, mi ha reso ancora più felice. Il senso di appartenenza a quell’ambiente mi veniva amplificato da quella maglia, da quei colori che si sono stampati per sempre dentro di me. In 15 anni non ho vinto un granchè come calciatore. Un paio di Coppe Italia e nulla più. Ma non mi è mai importato vincere. Per me contava solo giocare e quando alla fine di ogni partita andavamo sotto la curva a ricevere i complimenti dei tifosi, beh era allora che mi sentivo felice. Posso dire di essere una persona che più di una volta ha potuto dire nella sua vita…” Si, sono felice!!” e questo me lo ha permesso il calcio.

Mi sposai giovanissimo. A 20 anni vivevo con mia moglie in una bellissima villetta poco fuori la città. Ai miei genitori diedi dei soldi, mi offrrii di comprargli una casa, ma mio padre non volle. Disse che voleva solo mettere a posto la casa che avevano già. Non volevano uscire dal rione. Forse perché non sapevano cosa ci fosse oltre il rione. Forse non volevano nemmeno saperlo. Ogni tanto venivano allo stadio, ma papà diceva che tutto quel casino non gli faceva capire niente. Non è stato mai un appassionato di calcio, e non ci capiva granchè . Non è mai stato un uomo estroverso e i suoi sentimenti li teneva per sè. Ma so che mi ha voluto bene che, nonostante tutto, sapermi calciatore gli ha dato felicità . E questo mi basta. Non mi ha mai detto un bravo, un come stai, un hai bisogno di qualcosa. Ma non importa. Dentro di me ho sempre saputo che lui era così. E così e’ andato più che bene.

Dicevo che ho vestito la stessa maglia per 15 stagioni. 15 anni. Se ci penso mi vengono i brividi. Non potete nemmeno immaginare quante vite si intrecciano nella tua in 15 anni di calcio. Compagni di squadra, avversari, allenatori, massaggiatori, medici, giornalisti, preparatori, tifosi. Una marea di gente all’interno della quale, spesso, sei solo tu il protagonista. A 23 anni mi hanno data la fascia di capitano. Ecco la mia terza pelle. Non mi è mai pesato essere il capitano. Anzi ne ero felice ed orgoglioso. Fu la spinta a farmi diventare un uomo migliore di quello che ero sempre stato. Una vetrina che mi esponeva a nuovi scenari fatti di interviste, discussioni con l’arbitro, riunioni con allenatore e dirigenti. Fu un trampolino dal quale saltai subito e a piè pari. Presi il diploma seguendo un corso da privatisti. Uno di quei corsi ad hoc per i calciatori che come me la scuola l’avevano schifata. Ci misi poco impegno, ma nonostante ciò scoprii di avere una passione sopita dentro di me che sonnecchiava da anni. Esplose all’improvviso con la stessa potenza di una bomba atomica. La lettura. Scoprii in brevissimo tempo che esistevano due modi ,per me, di sognare. Giocare a calcio e leggere romanzi. Per fortuna ero benestante e quel soggiorno enorme e vuoto si riempì, nel giro di qualche anno di librerie e scaffali stracolmi di libri.

Le domeniche, quelle delle partite in casa, erano i giorni più belli dell’anno. Soprattutto le domeniche di Ottobre, quando l’estate e l’autunno fanno a spallate e litigano su chi debba impossessarsi del tempo. Mi svegliavo sapendo che sarei uscito dal mio mondo domestico fatto di calore e serenità, per entrare nell’altro mondo, quello dei sogni, per ritornare, poi, di nuovo, da dove ero partito. E sapevo che tutto sarebbe successo in meno di 24 ore. Casa, stadio, casa. Era questa l’equazione della felicità. Era un rituale sempre uguale a se stesso e per questo meraviglioso. Mi svegliavo intorno alle 8.00 e già nell’aria sentivo l’odore del caffè che si impadroniva di tutto. Se c’era il sole, già a quell’ora la casa si trasformava in una coperta gialla che ti avrebbe avvolto per tutto il giorno. Il sole c’era quasi sempre. Dopo il caffè mi radevo. C’era una regola alla quale nessuno di noi poteva e doveva scampare. Durante la settimana potevi fare come volevi, ma la Domenica dovevi scendere in campo in maniera impeccabile. Capelli pettinati, barba fatta. Non erano ammessi basettoni o capelloni. Qualcuno portava i baffi. Quelli erano l’unica concessione che la Società fece alla moda del tempo. A me sembrava tutto esagerato, ma essere il capitano significava anche quello. Farsi scivolare addosso delle cose che, seppur assurde vanno, accettate.

Alle 10 in punto uscivo di casa. Ricordo ancora il profumo delle foglie degli ippocastani che scricchiolavano sotto i miei piedi. Il candore dei fiorellini bianchi del trifoglio che si godevano il sole dopo una notte di umidità e freddo. Sebbene fosse una zona tranquilla, c’era sempre qualche tifoso ad accogliermi fuori casa. Chi per un autografo, chi per una foto, chi, semplicemente, per un “ciao capitano”. Non ho mai avuto bisogno di scappare dalla folla. Ho sempre amato la folla perché ho sempre amato essere amato.

Percorrevo con calma la tangenziale. Vuota di domenica mattina. Da lì potevi ammirare un panorama bellissimo. Costeggiavi la città dall’alto e ti rendevi conto che era una città da scrutare, ancora da scoprire. Vederla da quella prospettiva era come sbirciare dal balcone nelle camicette delle donne che passavano sotto casa quando eri ragazzino. Ma quando entravo nel cuore della città, tutto cambiava. Man mano che mi avvicinavo al campo, le strade iniziavano a popolarsi. I venditori di bandiere, maglie e cappellini aumentavano esponenzialmente, come le impronte digitali lasciate sui finenstrini dai ragazzini che inseguivano la mia macchina per strada. All’interno del centro sportivo erano parcheggiate sempre poche macchine. Ero tra i primi ad arrivare.

Alle 11 pranzavamo ed era bello sedersi a tavola tutti insieme. Erano quasi sempre pranzi molto silenziosi . La concentrazione e l’ansia per la partita cominciavano proprio in quei momenti. Il tutto durava poco. Doveva durare poco. Dopo il pranzo prendevamo dalle nostre macchine le borse e le davamo ai magazzinieri che cominciavano a riempire il bus mentre noi calciatori perdevamo tempo nel parcheggio. All’epoca non c’erano telefonini, i pad, lettori mp3, ed altre diavolerie del genere. All’epoca avevi solo due possibilità . Startene zitto e per i fatti tuoi o parlare con qualcuno. E tutti, quasi sempre, sceglievamo la seconda possibilità. Si parlava del più e del meno. Mai degli avversari. Mai. Qualcuno scappava a fumare una sigaretta di nascosto.

Il viaggio in autobus era uno dei momenti più belli. Dato che ero il capitano, sedevo davanti a tutti insieme al mister. Quel posto mi dava una prospettiva che gli altri non avevano. Potevo vedere la città che ci veniva incontro. Ragazzini ed adulti ci accompagnavano gioiosi verso il nostro dovere. Dai balconi donne festanti si sbracciavano nel tentativo di farsi vedere meglio dal pullman. Quando , poi, si arrivava presso lo stadio…beh… quella era la Babele più meravigliosamente viva del mondo. Sembrava un formicaio fatto da creature impazzite. Una folla che all’unisono, al nostro passaggio, si spostava in maniera armoniosa, unica, come gli eserciti di storni che disegnano figure mozzafiato per i cieli di Roma.

Ed era così ogni domenica. Sia giocassimo con la prima in classifica ( noi non lo eravamo quasi mai ) sia che giocassimo con l’ultima, lo scenario era sempre lo stesso. Finalmente lo stadio apriva le sue membra ed accoglieva la squadra nei suoi meandri calmi e silenziosi. Qualche giornalista sfrontato cercava di carpire parole da qualcuno di noi, ma avevamo l’obbligo di stare zitti prima di ogni partita. Ci dirigevamo verso lo spogliatoio con l’adrenalina che cominciava il suo percorso verso gli anfratti più nascosti dei nostri organismi. Ognuno di noi aveva il suo armadietto e il suo posto. Gli addetti ci facevano trovare la maglia già appesa. Non c’erano i nomi all’epoca. Solo i numeri. Il mio è sempre stato l’8. Era lì, al centro della stanza che mi aspettava fedele come ogni domenica. Profumata e fresca come una donna che partecipa ad una serata di gala. In quello spogliatoio ognuno viveva sotto la propria campana di vetro. Ognuno di noi pensava a qualcosa. Non volavano mosche nello spogliatoio e la bolgia che stava nascendo sugli spalti arrivava in maniera ovattata. C’era chi dentro l’armadietto aveva la foto della Madonna, chi quella dei figli o della moglie. Chi non aveva nulla. Io avevo un biglietto del filobus. Sgualcito, quasi stracciato dal tempo. Era il biglietto del filobus che papà aveva comprato per portarmi al provino. Era il mio amuleto. Il mio lasciapassare per il mondo dei sogni. L’ultima cosa che facevo prima di entrare in campo era sfiorarlo con le labbra come feci quel giorno con il mio gelato sul lungomare.

Il corridoio che dava al campo sembrava lungo chilometri la domenica pomeriggio. Era lì che incrociavi i tuoi avversari. Era lì che il rumore dei tacchetti sul linoleum si trasformava in una sinfonia senza tempo. Era in quel corridoio che le orecchie cominciavano a decifrare i suoni ed i rumori degli spalti infuocati di gioia e speranza. Io ero quello che portava il gagliardetto da dare al mio avversario. Ero, in quei momenti, non più un semplice calciatore o il capitano. Ero la Squadra. Ero la Città stessa. Le scalette erano ripide e ad ogni scalino sembrava di sentire il cuore dei tuoi compagni avere un sussulto. Prima di entrare mi giravo sempre verso tutta la fila e non dicevo nulla. Facevo un gesto con la testa come per dire….ora tocca a noi!!!… non sono mai stato di tante parole. Ho sempre pensato che un calciatore meno parla e meglio sta. E anche con i miei compagni non ho mai speso tante parole. Ho cercato sempre di dare l’esempio con i fatti. Mi costava meno fatica.

Il boato era assordante. Intenso come una bomba carta che ti esplode sul pianerottolo di casa. Dopo circa 10 minuti dal calcio di inizio, forse, potevi cominciare a capire dove ti trovassi veramente e quale fosse il tuo ruolo in quella vita. Ci si può abituare a tutto nella vita, ma mai a quella sensazione di lucida follia che ti dà la folla in delirio. Le partite correvano veloci. Non c’era tempo di tanti tatticismi. Allora si correva e si davano calci. Il pallone era visto come un oggetto che doveva servire a conquistare l’avversario. La rete che si gonfiava era il fine al raggiungimento del quale tutti dovevamo contribuire. E quando ci riuscivamo, impazzivamo di gioia. Gli abbracci più belli sono quelli fra calciatori dopo un goal. Il goal, l’agognata meta raggiunta grazie a fatica e tenacia, intelligenza e forza, coraggio ed umiltà.

Al triplice fischio non era ancora finita. Sia che si vincesse o perdesse dovevamo andare sotto le curve ad omaggiare chi aveva speso dei soldi per incoraggiarci e farci forza. Stanchi, azzoppati, fradici di sudore, andavamo a prenderci il dono del ringraziamento o i fischi della delusione. In ogni caso andavamo a prenderci il nostro tributo. E solo allora, scendendo gli scalini che novanta minuti prima avevano sorretto la tua energia ed ora sopportavano la tua fatica, potevo dire che tutto era finito. Uscivo dal mondo dei sogni per cominciare a tornare nel mondo della serenità.

Vivere queste cose appena descritte per 15 anni, con una consapevolezza diversa di anno in anno e con il cuore sempre più colmo di riconoscenza e gioia, sono stati il dono più bello che la vita potesse regalarmi. Ora che sono vecchio e le mie ginocchia cedono spesso la strada al bastone, quelle domeniche passate insieme ai compagni mi tengono compagnia. Non seguo più il calcio. Per un periodo ho cercato di fare l’allenatore, ma quando ho capito che l’aria che respiravo allo stadio non aveva più lo stesso sapore, ho deciso di fermarmi ed aspettare la vecchiaia in maniera serena, accompagnato dai miei romanzi e dai personaggi intrappolati in quelle pagine a farmi volare con la fantasia.

Ogni tanto esco e sono felice quando vedo che qualcuno ancora mi riconosce. Quando qualche nonno, indicandomi, guarda poi il nipotino. Mi piace pensare che poi gli racconterà qualche storia con me come protagonista. Sono vedovo da tre anni. Io e mia moglie non abbiamo avuto figli. Lei non poteva ed io non ho mai voluto rinunciare a lei. In compenso ho sei nipoti. Per fortuna non ho sciupato i soldi guadagnati in tanti anni e mi posso permettere una signora che mi tiene in ordine casa e un ragazzo che ogni tanto mi porta in giro in macchina. Non abito più nella villetta fuori città. Ora abito in un due vani in centro. In quel dedalo di strade dove anche un povero vecchietto può trovare qualcosa da mangiare o una voce con cui parlare senza fare chilometri e chilometri.

Ogni tanto vado al rione. Fa sempre schifo, ma ora sembra uno schifo organizzato. Uno schifo più bello. Il campetto non esiste più. Ci hanno fatto una colata di cemento con delle strane gobbe dove una volta ci ho visto dei ragazzi con quelle tavolette con le rotelle sotto. La casa dei miei genitori non è più dei miei genitori ma di uno dei miei nipoti. Ci vive con la fidanzata ed ogni tanto vado lì la domenica a mangiare. Da queste parti mi vogliono ancora bene.

Ma c’è solo un posto dove mi sento veramente in pace con me stesso e col mondo. Quando c’è il sole e fa caldo mi faccio accompagnare sul lungomare. Una delle poche cose che non è cambiata in questa città è quella gelateria. Il padrone adesso è un signore sui 40 anni molto gentile. È tifosissimo della Squadra e quando ha scoperto chi fossi, non ci voleva credere. Ogni volta che vado mi fa mille feste e mi costringe a non pagare. Ormai conosce i miei gusti. Cioccolato fondente e panna fresca.

Non mi siedo mai su una sedia o su uno di quei bellissimi dondoli, ma solo e sempre sulla transenna dove circa sessant’anni prima papà mi aveva comprato il gelato più buono della mia vita.

E lì mi perdo nella bellezza del mare e delle dolci colline che gli fanno da cornice. Quasi sempre mi cola tutto sulle mani ormai annodate. Ma in quei momenti non mi importa di nulla. In quei momenti tutto torna al proprio posto, proprio come era quando correvo sul campo di pallone.