Il buono, il brutto e il cattivo Vol. 2

Come potrei non accettare un invito da parte di Pasquale??!!

Non potrei mai dirgli di no, soprattutto se mi invita a scrivere di calcio. Si può dire di no ad una bella donna, ma a Pasquale mai!!

E quindi eccomi qui a raccontarvi il mio BUONO , BRUTTO e CATTIVO. Anche io voglio parlare di portieri e non perché lo ha fatto il mio amico. Voglio raccontare tre portieri perché il portiere è la persona più romantica  all’interno di uno stadio.

E’ quasi sempre solo. La sua area si affolla solo di rado in una partita, soprattutto quando i suoi difensori sono bravi. E’ quello che nei novanta minuti ha più tempo per pensare, riflettere, osservare. In alcuni casi  non  tocca nemmeno una volta il pallone in una partita. In altri lo tocca più di quanto avesse desiderato fare quando era ancora negli spogliatoi.

Il portiere non può fare sbagli. Appena ne commette uno, uno solo, quel solo errore può essere fatale.

Deve avere nervi d’acciaio e muscoli esplosivi. Deve essere un atleta completo e non deve avere difetti. Deve avere la lucidità di un chirurgo mentre si appresta a fare il primo taglio col bisturi e la follia di un qualsiasi segretario leghista che decide di fare un comizio a Fuorigrotta. Deve farsi passare il vento dentro e far volare  via insulti, fischi e quanto di più brutto possa offrirti una curva organizzata.

Ovviamente questo è quel che si “profetizza” circa  il prototipo del portiere. Ma, come vedremo, non sempre è così.

Per fortuna , molte volte, abbiamo incontrato nelle radiocronache prima e telecronache poi esempi di portieri tutt’altro che perfetti. Molti di essi erano persone normalissime. Atleti di scarso livello. Goffi e paperosi, ma che per questo venivano amati da tutti. Erano umani e la loro umanità ce li faceva adorare.

IL BUONO

Simone Braglia è uno spilungone di  193 centimetri. Nasce a due passi dal Lago di Como e non ha mai giocato in grandi squadre, almeno in quelle che notoriamente vengono etichettate come le “Grandi” del nostro campionato, nonostante un contratto firmato col Milan nella stagione 96-97 che gli ha fruttato solo comparsate in partite amichevoli.

Faccia da bravo ragazzo, carattere mite come il clima estivo su quel ramo del Lago… si è sempre trovato a difendere i pali di squadre minori in  serie minori. Como, Legnano, Pavia, Lecce, Monza lo hanno visto crescere fino a quando arriva la chiamata di uno dei più grandi club d’Italia che , però, non assaggia il sapore di uno scudetto da tanti, troppi anni. Il Genoa. Simone vi rimane dal 1989 al 1992 . In serie A mette in mostra le sue doti al grande pubblico. Doti normalissime. Di un portiere normalissimo che qualche volta si concede pure qualche “scivolone”. Ma quel portiere normalissimo, con la faccia da bravo ragazzo, decide di entrare nella storia in una sera di inizio Primavera di 25 anni fa. Precisamente il 18 Marzo del 1992. Ad Anfield Road va di scena un più che inedito Liverpool- Genoa , quarti di finale di coppa Uefa, partita di ritorno. 

Il Genoa, da qualche anno, ha messo su una discreta squadra. Alla fine della stagione precedente arriva quarto e accede, quindi, a quella che una volta si chiamava Coppa Uefa.  Il Genoa ha giocatori importanti. Branco, Collovati, un giovanissimo Panucci, l’immenso Gianluca Signorini, Eranio, Aguilera e Tomas Skuhravy. Allenatore Osvaldo Bagnoli. I rossoblu eliminano (all’epoca c’erano partite di andata e ritorno e non gironi) squadre come Real Oviedo e poi le due di Bucarest prima  la Dinamo e poi la Steaua. Ai quarti la squadra di De Andrè becca  il titolatissimo Liverpool che si riaffaccia in Europa dopo la “stangata tatcheriana” post Heysel.

Il Genoa è forte e lo dimostra subito nella partita di andata a Marassi. 2-0 secco  e partita di ritorno a Liverpool con un buon  margine da gestire.

Anfield e’ uno dei templi del calcio mondiale e quella sera del 18 marzo lo dimostra in pieno. L’impresa è ardua e tutta Liverpool ci crede. Sembra che tutta la città abbia trovato posto nel tempio e sembra che tutta la città, canti “You’ll never walk alone”. I Rossi ci credono sin dal primo minuto e partono come se avessero l’argento vivo addosso. Attaccano maledettamente. La porta Genoana viene assalita  come la fortezza del fosso di Helm  ne “ Il Signore degli anelli: Le due torri”. Ma a difesa della fortezza c’è un Re dalla faccia da bravo ragazzo, timido, che solo qualche anno prima giocava a Legnano ed ora si trova a combattere in quell’inferno di bandiere rosse e saette che arrivano da tutte le parti. Sembra un leopardo che è stato chiuso  tanto tempo in gabbia e che riassapora il dolce gusto della libertà . Simone salta, si tuffa, esce, si incazza. Capisce dove finiranno i tiri dalla bandierina. Para tutto quel che si può parare se non di più. I suoi arti sono delle molle che sembrano allungarsi oltremisura. I poveri spettatori più e più e più volte si alzano per esultare, ma si devono sempre risedere affranti di fronte ai prodigi di quel portiere che non ne vuol sapere di alzare bandiera bianca. Gli avversari lo guardano sbalorditi. I compagni con la faccia di chi dice..” e tu chi ca… sei???!” Para di tutto. Si trasforma. Quello che fino a poco tempo fa era un Peter Parker timido ed impacciato, diventa l’uomo ragno più cattivo che si sia mai visto in Inghilterra. Anfield diventa il suo tempio. Per una notte Simone Braglia diventa il Re di Liverpool e per il tifosi genoani, da quella sera, Liverpool non sarà più la città dei Beatles ma la città dove un ragazzo nato sul Lago di Como fece vedere al mondo intero quanto sia meraviglioso essere un portiere.

Giusto per la cronaca la partita finì 1-2 e il Genoa si qualificò per le semifinali ove fu sconfitto dall’Ajax.

IL BRUTTO

Di calciatori brutti ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno sempre tanti. Quando parlo di bruttezza, ovviamente, non alludo all’aspetto fisico, ma al modo di stare in campo. Il modo di correre, le movenze goffe o sgraziate, la totale assenza di classe nei movimenti sono tutti elementi che possono  rendere un calciatore brutto. Ma il fatto di essere brutti, non presuppone per forza essere scarsi.  Ricordo , infatti, un centravanti  di due metri che giocava nel Liverpool ( riecco comparire i rossi ), Peter Crouch, che era la quintessenza della goffaggine e pure i suoi goal li faceva eccome. Più che un calciatore sembrava un Gibber Italicus, un buffo e brutto uccellino appartenente alla famiglia dei Canarini.

Ma tornando sui campi italiani c’è un solo nome che mi viene in mente quando associo alla parola portiere la parola brutto. Claudio Garella.

Torinese classe 1955, 80 kg (ma in certe fasi della sua carriera sono stati molti di più) distribuiti , per lo più in zona addominale, su 184 centimetri, al contrario del BUONO Braglia, ha calcato i campi della serie A per vari anni. Lazio, Sampdoria, Verona, Napoli , Udinese ed Avellino  sono state le sue ultime casacche indossate prima del ritiro avvenuto nel 1991. In carriera ha disputato 245 presenze in serie A e 218 in serie B.

Chi come me era un ragazzino negli anni ’80, non può non essersi innamorato di Garellik, come era  soprannominato all’epoca. Di lui un certo Gianni Agnelli disse “Garella è il più forte portiere al mondo, senza mani però.” Infatti, Claudio, è stato consegnato alla storia grazie alla sua propensione a parare con tutte le parti del corpo, con una predilezione per i piedi. La sua totale assenza di grazia (dote non proprio aliena in un portiere), il suo fisico poco  agile e per nulla  statuario,  non gli hanno comunque impedito di vincere  uno scudetto nella stagione ’84-’85 con il Verona dei miracoli di Osvaldo Bagnoli (un altro eroe di Liverpool Genoa), Hans Peter Briegel e Preben Larsen Elkjaer, il primo storico scudetto del Napoli di Maradona nella stagione ’86-’87 ,la coppa Italia sempre col Napoli nello stesso anno dello scudetto, un campionato di serie B col Verona stagione ’81-’82 e un campionato di serie D con il Casale durante la stagione ’73-74. Insomma il brutto anatroccolo dell’area di rigore, ha vinto più titoli di tanti altri suoi ”colleghi” ben più noti ed aggraziati. Ma al di là delle sue vittorie, per noi ragazzi nati negli anni Settanta Garella rimarrà sempre quello che volava fra i pali come un uccello che tenta il volo per la prima volta subito dopo aver lasciato il nido. Il suo caschetto, a metà strada fra i Beatles e Vittorio Sgarbi, che rotolava a terra dopo un tentativo malriuscito di uscita sui piedi dell’avversario, ce lo ricorderemo per sempre. Eppure, ogni tanto, come se un ballerino di danza classica si impossessasse all’improvviso della sua anima, anche il buon Garella era capace di prodursi in parate spettacolari. Erano merce rara, da teche Rai, ma vi assicuro che c’erano.

La cosa più bella di Garella era la sua immensa autoironia. Lo sapeva benissimo che non era il massimo della bellezza, ma se ne fregava e questo lo rendeva simpatico oltre che tenero.  E chi se ne frega delle sue “garellate, ovvero papere associate all’area di rigore. Noi vogliamo ricordarlo mentre il centravanti avversario corre veloce verso di lui, si allarga perché tampinato dal difensore, guarda la porta e tira una mina verso il palo più lontano. Quando la palla ormai sembra destinata ad un abbraccio insperato con la rete, spunta il piedone di Garellik  che, sganciandosi miracolosamente dalla caviglia la quale a sua volta poco prima si è sganciata altrettanto miracolosamente dal resto del corpo, devia in angolo la palla sconsolata. Un attimo dopo il suo caschetto castano e il crocifisso al collo sono distesi sul prato verde e si godono gli applausi dei tifosi mentre dicono alle gambe. “aspettate ancora un attimo prima di rimettervi in piedi, fateci godere sto cielo per ancora qualche secondo.”

IL CATTIVO

Devo ammettere che trovare il mio portiere cattivo ha richiesto un po’ di tempo. In un primo momento ho pensato a Bruce Grobbellaar, storico portiere del Liverpool. Tutti lo ricordiamo quando, in quella surreale finale di Coppa dei Campioni del 30 maggio  1984 , prendeva in giro i giocatori della Roma durante la lotteria dei rigori. Alla fine vinsero gli inglesi in quella che fu la prima finale di Coppa dei Campioni decisa ai calci di rigore. Ma Grobbelaar non era cattivo. Non può essere cattivo un calciatore che, dopo la finale dell’Heysel, decise di abbandonare il calcio. Quelle immagini, quei corpi che chiedevano aiuto, i cavalli dei poliziotti sul rettangolo verde, furono troppo anche per uno scafato come lui. Uno che aveva partecipato alla guerra civile in Zimbabwe (suo paese d’origine), non riuscì a trovare il coraggio di giocare dopo aver vissuto quella notte tremenda. Ritornò sui campi grazie all’opera di persuasione di un dirigente, ma niente fu come prima.

Allora ho pensato ad Higuita, ma Pasquale, vecchia volpe, mi ha preceduto. A quel punto, proprio quando sembrava che un cattivo nel vero senso della parola non potesse esistere, ecco l’illuminazione. Come un fulmine all’improvviso, un flash mastodontico mi illumina la mente. Quel flash prende forma e la forma ha un nome ed un cognome. Salvatore Soviero.

Nato a Nola il 18 Luglio 1973, 80 chili per 185 centimetri, Soviero, nell’immaginario collettivo, verrà ricordato per la sua cattiveria (non solo agonistica) che spesso ha assunto i contorni tristi della follia. Esordisce diciassettenne in Interregionale con l’Acerrana, per poi passare, l’anno successivo, al Nola che milita in serie C1. Rimane fra serie C1 e C2 (Perugia, Carpi, Fermana, Avellino, Cosenza) fino alla stagione 1997-1998, quando va a Genova sponda rossoblu, in serie B, dove rimane per due stagioni. Nel 2000 va a Salerno e nel 2002 cambia mare, e si accasa sull’Adriatico triste e grigio della laguna Veneta. Nella stagione 2004-2005 viene acquistato dalla Reggina dei miracoli di Mazzarri, ove colleziona 18 presenze. Le sue uniche presenze in serie A. Dopo il suo ritorno sul Tirreno, ricade in B stavolta sulle spiagge di Crotone. Conclude la sua “carriera” a Castellammare di Stabia (si vede che gli piace il mare) nel 2010.

Scrivere di un personaggio come Soviero non è semplice. Scrivere di un rigore, di un tocco elegante, di una finta che fa cadere gli avversari, di un goal spettacolare è un bell’esercizio. Scrivere di un picchiatore, uno che offende tutti, uno che perde la testa perché l’attimo di follia è durato ben più di un attimo, è difficile. Soviero ha lasciato “bei” ricordi in tutte le categorie in cui ha giocato, almeno nelle tre più importanti. Nel 1996, all’età di 23 anni, durante la partita Fermana- Giulianova ( il clasico marchigiano), il nostro eroe è protagonista, con i suoi metodi ghandiani, di  una violenta discussione con l’allenatore del Giulianova. Salvatore è pronto a sfoderare il suo famosissimo pugno rotante, ma viene trattenuto da un dirigente che gli si aggrappa al collo. Nonostante ciò, Siddharta Soviero, riesce a scrollarselo di dosso con una mossa degna di Bruce Lee. Il povero dirigente cade a terra battendo faccia e spalle afflosciandosi come un burattino che ha perso i fili.

In serie B, durante la partita Messina-Venezia succede qualcosa di meraviglioso. Durante il primo tempo, Salvatore, esce  dai pali addirittura per difendere l’arbitro da Maldonado che, appena espulso, ( era il secondo espulso del Venezia dopo tal Gaston Liendo), vuol  mettere le mani addosso all’arbitro che aveva avuto il torto di non concedergli un rigore. Addirittura Soviero dà ragione all’arbitro riempiendo Maldonado di parolacce ed offese. Nel secondo tempo, però, Siddharta si trasforma in Terminator quando l’arbitro Palanca espelle l’allenatore del Venezia Angelo Gregucci. Alla vista della mano dell’arbitro che segnala la via degli spogliatoio all’allenatore, come un toro che entra in un’arena, lo Schwarzenegger nolano parte alla carica. I raccattapalle vedono il fumo uscire dal suo naso e due enormi nodi scorsoi all’altezza delle carotidi. Corre verso la panchina avversaria e mentre corre si toglie i guanti. Picchia tutti. Giocatori, allenatore avversario, stewards, fotografi. E’ talmente colmo di adrenalina che si autopicchia. Nel tentativo di dare un cazzotto a  non si sa bene chi, si da una manata da solo. Riescono a fermarlo in tre. Cinque mesi di squalifica.

In serie A, invece, Lord Sovier, non ha molto spazio per dimostrare la sua compostezza e il suo aplomb. Però, in un Reggina- Juventus (2-1 per i calabresi!!!!), non si trattiene e davanti a tutte le telecamere dà, urlando e scampanellandosi il lobo dell’orecchio, del “ricchione” ( parola usata da Soviero, ndr) ad uno stralunato Alex Del Piero.

Ora, la riflessione da fare è una soltanto. Non voglio entrare nel merito delle mazzate date, dei calci, dei pugni o roba simile. In qualsiasi contesto sono da condannare e schifare, figuriamoci su un campo di calcio. Mi voglio soffermare sul “ricchione” dato a Del Piero e pormi questa domanda… “cosa sarebbe successo – ma sarebbe mai successo? – se Soviero avesse rivolto quell’offesa, perché è un’offesa, a tipi come Salvatore Bagni, Roberto Policano, Sebino Nela, Pasquale Bruno o Pablo Montero?