Il buono, il brutto e il cattivo

Questa sezione si farà. Col tempo, lentamente, per adesso ad una voce, la mia, poi vediamo se Mario avrà voglia di metterci mano.

Il nome “Gioco di ruoli” mi è venuto in mente una sera mentre andavo al cinema con Domenico a vedere Rosso Istanbul e in macchina durante il tragitto discutevamo di come nella vita, spesso, una volta indossata una maschera sia poi complicato  togliersela dal volto.

Tornato a casa dopo il film ho pensato di raccontare di come il ruolo del calciatore possa finire per ritagliare una maschera da indossare da cui poi non è possibile poi affrancarsi.

Cominciamo dai Portieri. Chi mi conosce sa che sono una persona ordinata. Comincio dal numero 1.

Il buono

Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi.

Waldir Peres de Arruda

Cresce calcisticamente nella squadra del Garça e poi nel Ponte Preta. A 22 anni si trova a difendere la porta del São Paulo, dove rimarrà per 11 stagioni vincendo 4 Campionati Paulisti, una Copa do Brasil e un Campionato brasiliano. Nel 1975 vince la Bola de Ouro (Il pallone d’oro del Campionato brasiliano).

Avete letto bene, si! Focalizziamoci sul palmarès. Da fare invidia no? Immaginate poi quel 1975 che anno deve essere stato. Un portiere che vince il titolo di miglior calciatore Brasiliano dell’anno. In Brasile! Un portiere! Un fenomeno. Quante volte avrà pensato: “quando smetto e mi guarderò indietro realizzerò di aver fatto qualcosa di importante nella vita…” ma…il 5 Luglio 1982 la storia in 90 minuti lo colpirà con un fendente mortale, calcisticamente parlando e per il Brasile, per il mondo intero diventerà il capro espiatorio di quella che sarà ricordata come la Tragedia del Sarrià.

Per anni su tutti i campetti di periferia, ad ogni papera di un portiere qualsiasi c’era sempre qualcuno pronto a farsi una grassa risata escalmando: “ma chi è Waldir Peres!!!”

La  famosa partita Brasile vs Italia 2-3 che mise fine all’esperienza mondiale di quella che a detta di tutti è stata la più forte nazionale Verdeoro della storia, pose fine anche alla carriera calcistica del portiere brasiliano ma, soprattutto mise fine a tutto quanto di buono aveva fatto prima e gli consegnò la maschera della “Pippa” calcistica da indossare fino alla fine dei suoi giorni.

Però attenzione, riavvolgiamo il nastro. Quali sono le responsabilità di Peres sui tre gol di Paolo Rossi? Beh! Nessuna. Forse qualcosina sul terzo gol, forse. In realtà i tre gol di Rossi furono gran merito di Rossi o gran demerito della fase difensiva del Brasile, certamente non responsabilità del numero 1 Verdeoro.

Quello che covava nella pancia dei giornalisti Brasiliani e nei tifosi era però altro. Il ruolo di portiere titolare per la spedizione mondiale era stato a lungo in bilico tra lo stesso Peres e Émerson Leão colonna portante della nazionale nonchè campione del mondo nel 1970. Leão però aveva anche una personalità molto forte, un vero leader dello spogliatoio ed entrò subito in contrasto con Telê Santana. Il tecnico allora valutò il potenziale esplosivo in termini di personalità, la squadra era costruita attorno a gente come Zico, Falcão, Socrates, Eder e Junior. Gestire troppi leader all’interno dello spogliatoio sarebbe stato complicato. Waldir Peres aveva il dono invece della pacatezza. Non protestava mai, ben voluto dai compagni e di indole pacifica. Qualche anno prima in una partita con la Germania aveva ipnotizzato per ben due volte i calciatori teutonici dagli undici metri e la stampa l’aveva osannato con il nome di Sao Valdir. Buon portiere, buon carattere, zero fascino (calvo e con un po’ di pancetta), il capro espiatorio perfetto in caso di fallimento. In un’intervista a distanza di tanti anni, alla domanda: “Ha rancore verso Paolo Rossi?”
“No, sarebbe da stupidi nutrire rancore nei suoi confronti. Lui faceva il centravanti, io il portiere. E’ stato più bravo di me”

Quando uno è di indole buona…viva Waldir Peres!

Il brutto

Tieni le orecchie aperte capitano, facciamo un bel po’ di rumore!

José René Higuita
Esiste un’etica nel gioco del calcio ed essa non ha nulla a che fare con la morale e, aggiungo io, per fortuna. Il calcio è uno sport con regole precise che si svolge su un terreno di gioco delimitato…insomma ha delle costanti di partenza e tutta una serie di variabili che entrano nel gioco. C’è spazio per tutto, tattica, analisi, creatività e improvvisazione ma questo tutto è limitato dalle costanti di partenza. Ad esempio: non puoi fare gol in fuorigioco, o usare i tabelloni pubblicitari per fare la sponda con il pallone. Chi si sognerebbe! Eppure c’è qualcuno che ha giocato con i concetti di creatività e improvvisazione e, in barba all’etica del ruolo, si è messo a fare il fenomeno sul terreno di gioco.

Higuita da questa diciamo “furbata” ha tratto molti vantaggi. Sicuramente più vantaggi che meriti. E le cose gli sono anche andate bene per un po’. Il mondo parlava di questo portiere talentuoso che proprio non voleva starsene tra i pali, parava, usciva in maniera spericolata, avanzava a fare il libero, andava a tirare i rigori, le punizioni e faceva qualche incursione sui calcio d’angolo. Addirittura fu protagonista di una parata con il colpo dello scorpione. Il nostro avrà frainteso il concetto di calcio totale declinandolo su se stesso. Il fenomeno da baraccone arriva quasi osannato al mondiale d’Italia del 1990 e si comporta anche bene inizialmente con ottimi voti sui giornali sportivi di mezzo mondo…e però il Dio del Pallone ha dovuto ad un certo punto rimettere le cose a posto e ristabilire il concetto di sacralità del ruolo all’interno del gioco.

Arrivano gli ottavi di finale Colombia vs Camerun e arriva la “papera” che costa ai sudamericani l’eliminazione. Higuita giunge fino a centrocampo, dove l’attaccante avversario Roger Milla gli ruba il pallone, realizzando una comoda rete a porta sguarnita. Provo ad immaginare cosa abbia pensato Milla quando lo ha visto a centrocampo e cosa abbia detto tra se e se mentre gli rubava il pallone…provo a tradurre:”…ma sto cretino! Abbi rispetto per il ruolo!”.

Il cattivo

Vado, l’ammazzo e torno

Harald Anton Schumacher

Questo era proprio forte! Stilisticamente portiere vero. Chiedere all’Inter che se lo trovò in una eliminatoria contro il Koln nella gloriosa coppa Uefa. La partita a San Siro fu praticamente Inter vs Schumacher, era il giorno del suo compleanno e per fargli un gol ci vollero le cannonate. Parò di tutto e tenne a galla la squadra. In nazionale vinse un Europeo con la maglia della Germania Ovest e perse le finali dei mondiali 82 e 86. Nell’ottantasei fu secondo solo a Maradona come miglior giocatore del torneo. Chi lo ha visto giocare lo ricorda come un portiere dall’appeal tipicamente tedesco anni ’80, fisico statuario, biondo, baffi e codino.

Insomma solo un ottimo portiere fino alla semifinale tra Germania e Francia nel mondiale 1982. Già mettere contro Germania e Francia è sempre una pessima idea, la storia ce lo insegna.Se le darebbero anche ad un torneo parrocchiale di briscola tra bambini figurarsi in un mondiale di calcio, in  una semifinale poi.

Lo dirò chiaramente, di quello che successe in quella partita per me il primo responsabile è Platini. Non si dovrebbe consentire ad un genio di giocare con i normali. Lui, il 10 francese, è stato uno dei pochissimi giocatori nella storia del calcio a vedere spazi e linee di passaggio che gli altri non vedono e che se vedono, vedono dopo. Ovviamente scherzo, Platini non c’entra niente. Insomma c’è questo passaggio geniale di Le Roi che mette al limite dell’area solo davanti alla porta il povero Battiston il quale tocca la palla ma non può evitare l’arrivo del portiere tedesco che si trova ad arrivare troppo tardi per la palla e troppo presto per pentirsi dell’uscita sciagurata. Due denti spezzati, due vertebre incrinate, svenimento con qualche oretta di incoscienza, rianimazione in campo e ricovero in ospedale. Quella che nel calcio si chiama uscita a vuoto del portiere diventa il primo vero tentato omicidio in una partita di calcio della storia.

Questo è quello che vedemmo noi tutti alla tv e il portierone tedesco ci apparve proprio come uno spietato figlio di puttana!

“In finale c’eravamo noi, a questo pensavo quando nello spogliatoio ci dissero che Patrick aveva perso conoscenza, aveva due vertebre incrinate e aveva perso due denti. Erano tutti in silenzio, nessuno aveva voglia di parlare, che razza di aria è mai questa, pensai, e dissi che a quel Battiston gli avrei pagato io una dentiera d’oro. Non fatemele rivedere quelle immagini, non adesso che di Patrick sono amico.”

Beh posso provare io a immaginare cosa gli avrà detto dal letto dell’ospedale il povero Battiston:

Ehii Biondooo… Lo sai di chi sei figlio tuuu? Sei il figlio di una grandissima puttaaaa…

Improvvisamente Schumacher divenne il tedesco più odiato di Francia superando in quelle stesse settimana pure Hitler.

Forse la sua fortuna sta nell’arrivo di un omonimo che farà la storia della F1 e oggi quasi più nessuno si ricorda del Cattivissimo Harald.

Ps. Le citazioni sono tratte dall’immenso film di Sergio Leone.