Il futuro? una vecchia sporca storia di soldi!

«Intanto si addensano i nuvoloni della pubblicità intesa quale manna per i club indebitati: c’è chi studia sigle capaci di non turbare il tifoso romantico; c’è chi medita sponsorizzazioni massicce in grado di trasformare, se non le maglie, lo stadio, visto quale luogo deputato per la consumazione dello spettacolo; e c’è chi spera di ridurci tutti quanti, spettatori e protagonisti, ad Arlecchini carichi di toppe colorate, come i piloti di Formula 1. »

Giovanni Arpino, 15 ottobre 1978

Il dibattito sull’avvento delle sponsorizzazioni nel mondo del calcio era roba che impegnava concitati confronti già da diversi anni e per dirla tutta già negli anni trenta del secolo scorso in Brasile si era assistito a degli incontri con giocatori vestiti a mò di tabelloni pubblicitari.

La lega Italiana riuscì a resistere per molto tempo ma poi dovette capitolare e nel 1981 accettò e regolamentò l’inserimento di sponsor non tecnici sulle maglie delle squadre di calcio.

Al tempo si parlò di volgarizzazione del gioco, della riduzione di giocatori e spettatori a inebetiti consumatori.

Ragionando lucidamente però possiamo dire oggi con assoluta tranquillità che si trattò di un inevitabile adattamento di uno sport molto popolare alle logiche di sviluppo di un sistema di stampo capitalistico che stava riguardando tutti i settori della società occidentale. Poi arrivarono i diritti TV, gli stadi di proprietà e il Match day inteso come giornata in cui all’evento – partita di calcio- si abbinano tutte una serie di attività collegate atte a potenziare il business e il fatturato delle società.

Va da se che quando si parla di calcio oggi, si parla di qualcosa di completamente differente rispetto al calcio di soli…30 anni fa. I cambiamenti sono stati moltissimi e così come la società dei consumi portò la naturale “rivoluzione” delle sponsorizzazioni, la globalizzazione oggi ha portato e sta portando dei cambiamenti nel pianeta calcio che lo renderanno qualcosa di ancora più diverso da quello che è oggi. Nell’essenza probabilmente rimarrà sempre lo stesso, e qui noi poeti dovremmo più o meno dormire sonni tranquilli 😀 almeno…si spera, ma nella forma e nella sostanza cambierà moltissimo.

Partiamo da qui:

Dovremmo essere orgogliosi dell’impatto e dell’importanza che il nostro sport ha nella mappa geopolitica mondiale. Ecco perchè il calcio non è solo un gioco. il calcio è più di un business, perchè è più di un gioco. Il calcio crea affari miliardari, crea opportunità e crea anche controversie e difficoltà. Il calcio non è politica, ma forse possiamo contribuire a risolvere problemi che i politici non riescono ad affrontare in maniera rapida.

Sepp Blatter 2014

Va be’ sappiamo com’è andata a finire con Blatter, però qui sopra il “nostro” dice una cosa sensata e cioè che il calcio ha ormai sfondato a livello planetario, è riuscito ad imporsi in Asia e perfino in Nord America e vista la mole di potenziali “tifosi” numericamente parlando, è chiaro che oggi stiamo parlando di un’industria ma anche di una macchina capace di creare senso di comunità, senso di identità e anche strumento attraverso il quale poter veicolare messaggi di qualsiasi tipo. Il calcio non è solo più calcio ma è economia, politica, società civile, popolo. A cosa porterà tutto questo?

A livello finanziario-economico tralasciando la parte degenerata della questione (scommesse, infiltrazione di fondi speculativi, stadi zone franche per spaccio di droga e malaffare), si può prevedere che il calcio faccia il gran salto da veicolo economico attraverso cui pubblicizzare prodotti e generare introiti dai diritti TV, a generatore di profitto per investitori e piccoli operatori. Non mi riferisco qua alla quotazione in borsa dei club, già avvenuta da qualche decennio e, tra le altre cose, operazione non tanto riuscita per la volubilità del valore di un’impresa legata ai risultati sportivi. Mi riferisco invece alla creazione di un modello di business ad’oc.

In futuro vedremo la nascita di piattaforme di scambio pacchetti azionari legate al valore non solo del club ma anche del singolo giocatore. Cosa già successa nella NFL. Si darà una quotazione al calciatore e lo si collocherà su di una borsa di scambio e i tifosi investiranno sul suo rendimento e incremento di valore. Le società sicuramente collocheranno sempre di più una loro parte in un “mercato” di azionariato popolare coinvolgendo i tifosi sempre di più nella vita operativa del club e i tifosi saranno chiamati a contribuire all’acquisto dei giocatori attraverso un sistema di crowdfunding come accade già nel settore cultura e ricerca.

La triade tifoso-fruitore-consumatore sarà sempre più al centro del progetto del club e si punterà a brendizzare in maniera sempre più pesante la vita delle persone.

Per evitare che le società di calcio più deboli finiscano per essere disintegrate da questo sistema ormai irrefrenabile sarà necessario che i governi e le istituzioni pubbliche si organizzino per dotarsi di mezzi e strutture adatte a regolare, tutelare, le società di calcio e i tifosi. Se il calcio è un’industria su scala globale è chiaro che anche esso è chiamato a contribuire in maniera responsabile e seria alla vita economica e sociale di un paese.

Il rischio che questo però non avvenga è molto alto.