Il mio Maradona

Spesso mi sono ritrovato a pensare di scrivere su Maradona. Sebbene possa sembrare una cosa semplice per un appassionato di calcio, non è così. Non è così, perché su Maradona è stato scritto di tutto. Si conosce, ormai, ogni recondito passaggio della sua vita calcistica e non. Internet è piena di video, interviste, aneddoti che rendono vano qualsiasi sforzo di recarsi in una libreria per approfondire l’argomento Maradona. Nonostante ciò mi sento di dover dire qualcosa. Non si può non dire nulla su Diego Armando Maradona se sei un “malato” di calcio. Ma come farlo senza risultare ridondante, banale, fazioso, o altro?

Beh, io conosco solo un modo. Sedersi alla scrivania, aprire il pc, fare un bel respiro e scrivere senza pensare. Esatto. Scrivere le prime cose che ti vengono in mente. Buttare giù le prime parole dettate unicamente dall’impulso e dalla voglia di raccontare. E se poi risulteranno banali, ridondanti o faziose, chi se ne frega. Saranno sicuramente vere.

Io a Maradona gli voglio bene. Perché?! Perché mi ha emozionato, mi ha fatto piangere, ridere, sentire orgoglioso. Mi ha fatto amare, più di chiunque altro, quella palla di cuoio che rotola. Che sia su un campetto in terra battuta, o sull’erba dello stadio Azteca, fa lo stesso. Il senso è lo stesso. Chi ha vissuto in pieno gli anni ’80, sa benissimo che non c’è alcuna differenza fra i pali dello stadio San Paolo e la saracinesca della ferramenta sotto casa. Erano entrambe porte che aprivano ad un mondo di sogni. È proprio questo il segreto di quell’ometto alto poco più di un metro e sessanta. Mi ha fatto sognare. Da ragazzino, ogni sera, ogni bellissima sera, andavo a letto e l’ultimo pensiero era quello di immaginare di giocare come lui. E quando una persona ha la capacità di farti sognare, scatta quel sentimento bellissimo e maledetto che si chiama amore. Decliniamolo come vogliamo, ma è sicuramente amore. E quando c’è l’amore di mezzo, sono guai. Nel senso che tendi a vedere le cose con gli occhi dell’innamorato. Con le classiche fette di prosciutto davanti agli occhi e lo zucchero nel cuore. E’ come quando ami una donna. La vedi come una dea, anche se è la peggiore stronza del mondo. E tutti quelli che ti dicono che stai con una stronza, sono tutti, automaticamente, nel tuo cuore, i soli ed unici stronzi. Ma quando hai amato, e lo hai fatto davvero, non puoi e soprattutto non riesci a dimenticare. E anche se ti hanno trattato come uno zerbino, dentro di te sai che c’è sempre posto per chi si è pulito i piedi sulla tua faccia.

E così è anche per me e Maradona. Certo non posso dire che mi abbia fatto qualcosa di sbagliato a livello personale. Mica se ne è andato di nascosto a firmare un contratto con la  Juventus!!! Ma, per molti, soprattutto i suoi più agguerriti detrattori, non è stato e non è un esempio da seguire. Certe cose non le capivo, ma da quando sono diventato padre, circa 11 anni orsono, un pensiero mi si è fatto largo dentro di me. E questo pensiero ha assunto le sembianze di una domanda.

Era questo il mio unico cruccio nei confronti di Maradona.

Come hai potuto abbandonare tuo figlio?

Come hai trovato il coraggio, la forza, l’incoscienza, chiamiamola come vogliamo, di far sentire tuo figlio un escluso?

Di tutto il resto non mi è mai importato. Non ho mai pensato che Maradona non potesse essere un esempio. Anzi, ho sempre pensato il contrario.  Maradona è un uomo fortunato. Maradona è fottutamente fortunato, perché è appartiene a quella categoria di persone cui tutti vorremmo appartenere. Quella di chi aveva un sogno da bambino e lo ha realizzato. C’è un video meraviglioso con protagonista un piccoletto dai capelli lunghi e la faccia da scugnizzo di Vicolo Pallonetto che, intervistato da un giornalista che è rimasto estasiato dal suo modo di palleggiare ed accarezzare la palla, dice che da grande il suo sogno è quello di giocare con l’Argentina e di vincere il mondiale. E ci è riuscito quel diavolo di un argentino

Di mondiali ne ha vinti addirittura due, un under 20 e quello del 1986. Quello dei grandi.

La droga, la bulimia, i contatti presunti con la camorra, le sue scappatelle non mi hanno mai interessato. E non perché amo Maradona e quindi tendo a perdonargli tutto, ma perché non sono un ipocrita e soprattutto un benpensante. “Chi sono io per giudicare un gay”, ha detto tempo fa Papa Bergoglio. E chi sono io per giudicare un drogato? Attenzione! Lungi da me fare discorsi omofobi, ci mancherebbe altro. Il concetto che voglio esprimere è che si dovrebbe giudicare un po’ di meno, e pensare un po’ di più. Se facessimo questo sforzo più spesso, allora, forse, potremmo capire meglio con chi si a che fare sia quando siamo al bar a bere un caffè con un amico, sia quando vediamo un ciccione con il tatuaggio del Che e i capelli ossigenati aggirarsi per le spiagge cubane con un bel Cohiba fra le labbra. Quel ciccione ci ha sempre messo la faccia, anche quando questo significava ricoprirsi di ridicolo.

Il pagliaccio (come lo chiamavano ai tempi di Cuba e Fidel) ha toccato il fondo dopo essere stato una stella. Ha visto la morte in faccia e le ha strizzato l’occhietto dicendole che doveva aspettare ancora un po’. Forse quel ciccione ha avuto sempre, a sua insaputa, delle persone al suo fianco che invece di aiutarlo lo hanno sfruttato togliendogli i soldi oltre che la dignità. Non dico che è colpa degli altri, ma vedere un uomo che, pubblicamente, riconosce i suoi errori, la sua dipendenza, la sua goffaggine a gestire alcune cose della vita, non è spettacolo che si vede tanto spesso. Per me un uomo che fa tutto questo è un uomo da rispettare. Che sia un modello o meno non mi frega nulla e mai mi importerà. Sono troppo impegnato a cercare di capire se mai saprò o vorrò essere un modello per mia figlia per cercare altri modelli. Io so solo che nell’ambiente in cui sono cresciuto la droga mi ha fatto vedere, non direttamente, ma attraverso gli occhi, i gesti, le vite, di molti amici lo squallore in cui puoi cadere giorno dopo giorno. Ho visto tanta gente mettere da parte le cose più importanti come i figli per una tirata o qualcosa di simile. E allora, visto che siamo esseri pensanti oltre che esseri colmi di sentimenti, ho realizzato che, forse, Maradona ha “dimenticato” suo figlio perché qualcosa non gli permetteva di mettere a fuoco la sua vita.

Forse mi sono voluto autoconvincere che fosse così, ma  vedere un uomo di quasi 60 anni, tarchiato, imbolsito, con improbabili orecchini e Rolex d’oro, dichiarare sul palco del primo teatro lirico d’Italia ( primo per costruzione), davanti ad una platea gremita, davanti a suo figlio e a milioni di telespettatori,  che il suo più grande errore è stato perdersi i tanti anni trascorsi senza il suo figlio napoletano e che non sarà mai più così ( da tempo si sono riavvicinati al momento di queste dichiarazioni, ndr), beh significa tanto. Significa che gli errori, grossi o piccoli che siano, li commettiamo tutti. Come quando ha detto che Sarri non era adatto al Napoli e a Napoli per poi dire, dopo qualche mese, pubblicamente, che si era sbagliato. Avrebbe potuto nascondersi, come fanno tutti, dietro un “sono stato frainteso”, “non ho mai detto quelle parole”. Invece, a proposito di metterci la faccia, ha detto semplicemente “mi sono sbagliato”.

Una volta ho conosciuto una famiglia molto borghese, molto cattolica. Quella che tutti definivano una famiglia perbene. Il padre di questa bella famiglia aveva una sorella con la quale non si parlava da 40 anni perché avevano litigato per motivi legati a spartizioni di quote di terreni ricevute in eredità. Vivevano nella stessa città, nello stesso quartiere, a non più di 500 metri di distanza. Qualcuno, tantissimi anni fa, disse che chi si sentiva veramente privo di peccati, poteva scagliare la pietra che aveva in mano, ma non andiamo oltre.

Un’altra questione fondamentale che attanaglia il mondo del calcio, soprattutto in epoca di CR7 e Lionelli vari, è chiedersi, costantemente o quasi, chi sia stato il più grande di sempre. La trovo una domanda inutile. Pelè, Maradona, Crujiif, Baggio, Platini, Del Piero, Yashin, Beckenbauer, Recoba, Ronaldo, Cristiano Ronaldo, Lionel Messi, Buffon. Potrei andare avanti per ore.

Perché l’homo giornalisticus sente da sempre l’esigenza di fare classifiche? Perché non si può gioire semplicemente davanti alle gesta di grandissimi campioni senza per forza chiedersi chi sia stato meglio dell’altro? Ognuno dei nomi citati ha dato un contributo eccezionale al mondo del calcio. Per un brasiliano è normalissimo dire che Pelè sia stato il più grande, così come per un argentino Maradona e via dicendo. Più che parlare del più grande di sempre, sarebbe giusto parlare dei giocatori più decisivi di sempre. Faccio un esempio. Il Portogallo ha vinto, nel 2016, il suo primo campionato Europeo.  Un evento senza precedenti. Il contributo dato alla squadra dalla sua punta di diamante Cristiano Ronaldo è stato minimo, complice un infortunio. Diciamo che il contributo del campione con lo shampoo antiforfora non si è praticamente visto. Nonostante ciò, verrà ricordato come il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Detto ciò, allora, penso, che nella ipotetica classifica dei giocatori più decisivi di sempre, il posto più alto del podio debba essere occupato da Diego Maradona. E mi riferisco, senza alcuna ombra di dubbio al Mondiale del 1986.
E non parlo del goal del secolo o della mano de Dios, argomenti ormai anche stucchevoli. Parlo di un concetto ben più ampio. Diego Armando Maradona ha vinto quel mondiale praticamente da solo.  Se andiamo a leggere la formazione dell’Argentina schierata nella finale contro la Germania Ovest, capiremo di cosa stiamo parlando.

Quando un allenatore come Franz Beckenbauer chiede ad uno come Matthaus di marcare a tutto campo Maradona, è perché sa che di fronte ha un fenomeno. E Maradona il fenomeno, in quel mondiale, lo fece davvero. Quelle partite me le ricordo bene, anzi benissimo.

Erano gli anni in cui si usciva sul viale e ci vestiva dal collo alle caviglie il signor Levi Strauss. Ai nostri piedi ci pensava il signor Chuck Taylor. Erano gli anni dei Duran Duran, di Samantha Fox, ma anche degli U2 e dei primissimi Litfiba, dei primi amori. Insomma erano i nostri Happy Days. E nel bel mezzo di quei giorni felici, un ragazzo di 25 anni, dall’altra parte del mondo, faceva a fette l’Inghilterra, il Belgio, la Germania in finale e prima ancora aveva dato un dispiacere a Giovanni Galli &co. Fu il mondiale del riscatto dell’Argentina dopo le oscure vicende del Mondiale del ’78. Quello del regime. Fu il mondiale del goal del secolo, della manode Dios, delle Falkland / Malvinas. Quello, per me, rimarrà il secondo mondiale più bello di sempre. Quattro anni prima avevo gioito scalpitando mentre seguivo sui piccoli televisori di un campeggio un gruppo di ragazzi magri e veloci che battevano i panzer tedeschi in Spagna. Nel 1986 rimanevo estasiato di fronte ad un piccoletto che realizzava il sogno della sua vita.

A distanza di tanti anni, provo un po’ di tenerezza nel vedere quelle immagini. Quelle serpentine che lasciarono a terra attoniti prima i belgi, poi gli inglesi. Se poi penso al fatto che la straordinaria Selecion dei vari Higuain, Messi, Pastore, Lavezzi, Mascherano, Aguero, etc etc, non ha praticamente vinto nulla, allora vuol dire che, noi ragazzi degli anni ’80, con i piedi zuppi di Converse, e i 501 attaccati al culo abbiamo assistito, in quella meravigliosa estate del 1986, ad un evento più unico che raro.