Il Signor nessuno

Il Tiki Taka o meglio il  Tiqui-taca è uno stile di gioco caratterizzato  da una lunga se non lunghissima serie di passaggi ravvicinati svolti con estrema calma ed ottima tecnica in modo da imporre, agli avversari, il proprio possesso palla. Il termine fu coniato nel 2006 dal giornalista Andres Montes per descrivere il modo di giocare della nazionale spagnola allenata da Luis Aragones. Il maggior interprete del Tiqui -taca è l’allenatore Josep Guardiola che, grazie a giocatori fisicamente piccoli ma dotati di una tecnica sopraffina, riesce a far del possesso palla la caratteristica principale delle squadre da lui allenate. Un calcio senza prime punte. In un’intervista, Pep Guardiola ha detto:” il nostro unico attaccante è lo spazio”.

Per chi segue il calcio il “guardiolismo” rappresenta di sicuro una rivoluzione. Il falso nueve, i piccoletti che, giocando a passarsi la palla in mezzo a difensori “birillici”, arrivano in porta come se niente fosse, le difese supportate da centrocampisti ed attaccanti che corrono a tutto campo per 90 minuti, sono solo alcuni aspetti della rivoluzione cui abbiamo assistito negli anni 2000. Il guardiolismo, come del resto ogni rivoluzione, però, non lascia, o quanto meno cerca di non lasciare nulla di intentato. Dietro ogni rivoluzione c’è studio, applicazione, gavetta, competenza e Guardiola è competente, attento e di gavetta ne ha fatta tanta. Una volta ho letto un articolo nel quale si asseriva che molti grandi allenatori sono stati degli ottimi centrocampisti. Beh se pensiamo a Guardiola (o anche ad Ancelotti, Capello, Simeone, Allegri, Conte ) non possiamo che ammettere la veridicità di questa tesi. Ancora ce lo ricordiamo nel Barcellona e nelle fila del Brescia di Mazzone e Baggio. Ma non sempre è così. Ci sono stati allenatori che non solo non erano stati ottimi centrocampisti ma erano stati mediocri se non inesistenti calciatori.

Nel lontano 1987, in Italia, abbiamo assistito anche noi ad una bellissima rivoluzione. Noi abituati ed assuefatti ormai al catenaccio e al contropiede, alla staticità e alla “lentezza” di molti interpreti, assistemmo alla venuta e all’ascesa del “Profeta di Fusignano”, Arrigo Sacchi.

Non sono mai stato un simpatizzante del Silvio Berlusconi politico e  manager, ma come Presidente del Milan…Chapeau!!!! Fu l’unico e credere nel potenziale e nel talento di Sacchi. Contrariamente a quanto scriveva il giornalista innamorato degli allenatori ex centrocampisti, il tecnico di Fusignano non è stato un grande calciatore. Non si hanno, infatti, notizie sul Sacchi col pallone fra i piedi. Ma sul Sacchi con il pallone nella testa, di notizie ce ne sono eccome. Prima di approdare al Milan, non aveva mai allenato in serie A. La sua esperienza si era fermata alla serie B col Parma e prima ancora aveva fatto sedere le sue chiappe sulle panchine fredde e spoglie della C1, della Promozione e via giù fino alla seconda categoria. Ma il Cavaliere di Arcore, che al tempo non aveva velleità politiche, era ed è tuttora un estimatore del bel calcio e lui, in quel Parma promosso in serie B nel 1986, aveva visto sprazzi di grande calcio. Aveva chiamato ad allenare il Milan un tecnico sconosciuto. Un nome che non diceva niente a nessuno. I soliti malpensanti da salotto televisivo che tutto hanno fatto nella vita tranne che tirare un calcio ad un pallone, commentarono la notizia dell’ingaggio del tecnico di Fusignano con un misto di stupore, incredulità e delusione. Il partito dei detrattori e di quelli che gridarono allo scandalo nacque e si ingrandì in men che non si dica. A ciò bisogna aggiungere anche l’acredine dimostrata da alcuni “senatori” dello spogliatoio che mal si vedevano in quegli allenamenti duri e maniacali gestiti e voluti da Sacchi. Eh si!!! Uno dei segni distintivi del pedigree di Arrigo Sacchi era proprio il suo metodo di allenamento. Un allenamento che doveva adattarsi alla perfezione al suo modulo ed alla sua idea di calcio. Partiamo da questo aspetto. La concezione sacchiana del calcio.

Nella testa dell’allenatore campeggiava stabilmente un 4-4-2 con una diagonale a 4 quattro in difesa. Una diagonale alta per indurre gli attaccanti avversari nella tentazione del fuorigioco. I quattro di centrocampo avevano il compito di disegnare un rombo ove il vertice alto facesse, all’occorrenza, il trequartista mentre gli altri tre dovevano disegnare teoremi con o senza palla sui lati del quadrilatero. Le due punte dovevano essere vicine come due amanti mai sazi dei loro corpi. Questa idea, questo approccio al campo, questo disegnare continuamente geometrie dentro un rettangolo lungo e largo da morire, richiedeva un dispendio di energie fisiche e mentali straordinario. Per tale motivo l’innovazione portata la Domenica allo stadio doveva essere supportata e sopportata anche durante la settimana. Gli allenamenti erano duri e duravano più del normale. A fronte di sedute atletiche estenuanti finalizzate a espandere gambe e polmoni c’erano momenti dedicati unicamente alla tattica. Questi allenamenti dovevano essere il Ginnasio in cui i calciatori, al pari di studenti ai primi anni di superiori, dovevano apprendere e divorare i concetti di collettività e di calcio totale. Bisognava correre, pressare, stressare gli avversari, farlo con e senza palla, dovevano far sentire il fiato sul collo sempre dal primo al novantesimo. Gli avversari dovevano rompersi le palle di vedere maglie rossonere ovunque e dovevano avere l’impressione di non avere di fronte undici giocatori ma un unico grande muro. Il calcio totale, preso ed ispirato dall’Olanda di Cruijff, poteva avere senso solo se gli interpreti avessero cominciato a ragionare come un unico corpo come un’orchestra senza solisti ma con un undici interpreti straordinari. La collettività del gioco fu la vera rivoluzione del tecnico di Fusignano.

All’inizio fu dura. I risultati tardavano ad arrivare. Sconfitte cocenti e l’estromissione dalla coppa Uefa fecero da corollario alle prime settimane di Sacchi al Milan. Si dice che, durante un incontro voluto dai calciatori con il Presidente, Berlusconi, dopo aver ascoltato lo sfogo di alcuni di essi che si lamentavano del lavoro massacrante non supportato dai risultati, disse “…beh non se molti di voi saranno qui l’anno prossimo, di certo so che ci sarà Sacchi..”

Dopo quella “chiacchierata” qualcosa iniziò a cambiare. In ogni rivoluzione ci sono alti e bassi, ma quando i rivoluzionari decidono di camminare compatti, non c’è forza che li possa contenere. Quello stesso anno arrivò lo scudetto. Con esso arrivò lo sgretolarsi del partito dei detrattori dalle ceneri del quale nacque, guarda un po’ con i medesimi interpreti del precedente, il partito degli amanti di Sacchi. Il suo calcio totale, fatto di velocità, goal, spettacolo iniziò a fare il giro del mondo. Nell’arco di pochissimi anni ( Sacchi rimase al Milan dal 1987 al 1991) arrivarono uno Scudetto, due Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali. Non male!!!

In pochissimi anni il tecnico di Fusignano divenne “il Profeta di Fusignano”. Tutti ricorderemo il Milan di Sacchi come una squadra divertente, che segnava goal a valanga, zeppa di campioni (i tre olandesi su tutti), ma pochi ricorderanno il Milan di Sacchi come una squadra che subiva pochissimi goal (14 goal subiti nella stagione 87-88, 19 nella stagione 90-91 solo per citarne due). Nel suo essere maniacale, Sacchi pretendeva una fase difensiva perfetta. Del resto se basi molto della tua capacità di non prendere goal sul fatto di far cadere gli attaccanti avversari nella trappola del fuorigioco, devi farlo alla perfezione. Un ragno sa che deve tessere la sua tela perfettamente, perché se non lo facesse perfettamente, la preda, una volta intrappolata, non solo riesce a fuggire, ma costringe il ragno a costruire tutto daccapo. E ai perfezionisti non piace assolutamente ricominciare daccapo.

Nel Febbraio del 1991 Sacchi comunica a Berlusconi di volersi prendere un anno sabbatico. Non riesce più a gestire lo stress. Capita. Capita soprattutto a chi da’ tutto se stesso in quello che fa.  Tempo dopo, in un’intervista, Sacchi disse: “ Alla fine io, “il Signor Nessuno”, ero diventato si “il Profeta di Fusignano”, avevo bruciato le tappe, avevo vinto tutto, ma l’unico che usciva a pezzi da quel Milan ero solo io.”

Nell’autunno del 1991, dopo quasi un anno sabbatico, Sacchi viene nominato CT della Nazionale Italiana ove vi rimane fino al 1996 portandola alla finale del Campionato del Mondo negli Stati Uniti del 1994. Finale persa ai rigori contro il Brasile. Campionato del mondo giocato sotto un sole cocente e soffocante. Era l’alba della dittatura delle televisioni. Partite brutte, atleti distrutti dal caldo, proteste veementi come quelle di Maradona che si rifiutava di giocare con 36 gradi e tassi di umidità impressionanti, furono i veri protagonisti di quel Mondiale. Ma la giostra doveva andare avanti e la giostra aveva deciso che in Europa dovevamo vedere le partite comodi sul divano e in orari decenti. Nel 1996, dopo l’eliminazione al primo turno della Nazionale ai Campionati Europei, Sacchi comunica la sua volontà di abbandonare la carriera di allenatore.

Vedere giocare il Milan di Sacchi è una di quelle cose che poi si racconteranno ai nipoti che si scalderanno nel guardare i nuovi Neymar, Coutinho, etc etc. È stato bello poter assistere alla nascita ed all’evoluzione di un’idea di calcio che resterà per sempre nella memoria e nella storia di questo sport. Nel 2006 la rivista internazionale France Football ha nominato il Milan di Sacchi migliore squadra del dopoguerra. L’anno seguente un sondaggio in internet pubblicato dalla rivista on -line inglese World Soccer nominò il Milan della stagione 1988-1989 la squadra di club più forte di sempre nonché la quarta più forte di sempre dietro il Brasile del 1970, l’Ungheria del 1954 e l’Olanda del 1974.

Essere testimoni di una rivoluzione, qualsiasi essa sia, è un evento che non tutti riescono ad assaporare nella vita. Noi amanti del calcio e che abbiamo avuto la fortuna-sfortuna di essere nati negli anni ’70 del ‘900 abbiamo assistito ad uno degli spettacoli più belli mai visti su un campo di calcio. Uno spettacolo allestito da un “signor Nessuno” di nome Arrigo Sacchi.