Se non ti arrivano mie notizie o sono morto io o il postino

In questi giorni c’è una nazione intera in ansia per il futuro della nostra nazionale. Un mondiale senza l’Italia sembrerebbe una follia. Una impossibilità, una cosa fuori dalla realtà pallonara. Invece è concretamente una possibilità che se la partita di San Siro non neutralizzerà, ci farà sprofondare in una sorta di melodramma del tutto inedito per almeno cinque generazioni di italiani. C’è un precedente ma riguarda il trapassato remoto del calcio e a ricordarlo non ci farebbe nemmeno tanto bene. Non partecipammo ai mondiali di Svezia e ci giochiamo l’accesso ai mondiali in Russia proprio con la Svezia. Quei mondiali si disputarono nel ’58 i prossimi saranno nel ’18. Basta deprimerci per adesso però.

Questo cappello non era previsto nel pezzo su cui stavo lavorando e che oggi vi riporto qua ma l’occasione, come si dice, fa il blogger ladro 🙂 e uso l’Italia, una potenza calcistica, la seconda nazionale più titolata di sempre insieme alla Germania per raccontarvi una storia. L’altro capo dello spettro. Un gigante rischia di restare fuori dal mondiale, un nano calcistico invece pianifica il suo viaggio in Russia avendo centrato la qualificazione.

Nano a chi!? Con calma, siediti qua lettore e ascolta questa storia.

Chiariamoci subito, parlo dell’Islanda.

Forse ne avete le scatole piene di questa nazionale super elogiata e forse ve le hanno dette tutte attraverso la fenomenologia del fenomeno calcistico islandese andata in onda in questi mesi, pensate di sapere tutto sul loro programma di educazione sportiva per i ragazzi e bla bla bla…ma nessuno vi ha raccontato questo successo attraverso una lente differente ed è quello che voglio fare io.

Parlerò di calcio ma partirò dalla letteratura. Un grande paese si riconosce dalla sua grande letteratura e dall’attenzione e tutela che ha per la cultura e credetemi, l’Islanda nel suo piccolo ha una grande letteratura.

Io vivo in una provincia di poco più, o poco meno di duecentocinquanta mila abitanti, l’Islanda ne ha poco di più ma su un territorio che è più o meno grande quanto l’Italia del sud. La metà della sua gente è nella capitale, il resto sparsa qua e là nei fiordi del nord. Fa freddo in Islanda come potete immaginare ma non così freddo come potete credere. Per uno scherzo geografico la parte nord ha in inverno delle temperature simili ai nostri inverni in collina mentre a sud le temperature sono glaciali e anche questa è una particolarità dell’isola. La vastità del suo territorio rispetto all’esiguità della popolazione, la mancanza di luce per molti mesi all’anno e l’essere isolati in un mare buio, profondissimo e freddissimo ha costruito una civiltà particolare, unica nel suo approcciarsi all’esistenza.

La letteratura, accennavo alla letteratura…

Ho avuto modo di conoscere il popolo islandese e le sue tradizioni un po’ attraverso l’opera di due scrittori, un uomo e una donna. Jon Kalman Stefànsson e Auður Ava Ólafsdóttir.

 

Siamo a bordo di una barca che fa acqua, e con le reti marce vogliamo pescare le stelle.

 

Questa bellissima frase la trovate nel romanzo –La tristezza degli angeli di Stefànsson edito da Iperborea e racconta perfettamente in solo due righe il rapporto del popolo islandese con l’esistenza. Nel romanzo che è il primo di una bellissima trilogia, si racconta dell’Islanda sospesa tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Immaginate lo stato dell’arte di allora della tecnologia e le difficoltà dell’epoca nelle semplici azioni del vivere quotidiano. Il riscaldarsi in un posto così freddo, il nutrirsi in una terra si bellissima ma aridissima, il comunicare e lo star assieme negli inverni senza luce e freddi. Immaginate cosa doveva essere sapere che il nutrimento tuo e della tua gente dipende quasi esclusivamente dalla pesca e doverla fare dentro l’oceano con barchette simili a gusci di noce in giorni di continue tempeste e mare mosso. Una condizione così difficile che la stragrande maggioranza dei pescatori non sapeva nuotare e non lo sapeva fare perché non poteva imparare esercitandosi in un mare glaciale e perché a nulla poteva servire saper nuotare nel caso in cui si finiva sbalzati fuori dalle barche. Si moriva per assideramento più che per annegamento.

La gente che viveva nei villaggi distanti tra di loro e senza via asfaltate ma raggiungibili tra sentieri che spesso passavano tra le montagne, negli inverni islandesi si rinchiudeva nelle case sperando in un inverno meno tempestoso e passando il tempo a leggere e a scriversi tra di loro per dirsi ancora vivi, per dirsi di non essere soli e allora il mestiere più importante per questa gente, la persona più meritevole di rispetto e più ammirata per questa gente era il postino. Questo eroe Omerico che attraversava l’isola- nazione con sacchi pieni di lettere trasportati da un cavallo in condizioni avverse, spesso sorpreso dalle tempeste di neve senza la possibilità di rifugiarsi perché o troppo lontano dalla meta o troppo lontano dal villaggio di partenza, spesso bloccato nei rifugi sulla strada per interi giorni aspettando la fine del mal tempo, ha avuto una funzione sociale vitale per l’isola e i suoi abitanti; aveva il compito di rassicurare gli abitanti chiusi nelle case che la fuori non erano soli, che gli altri c’erano ancora e che non bisognava arrendersi alla disperazione dell’inverno ma aspettare con speranza il ritorno della luce. Quando il postino non arrivava dopo molti giorni d’attesa il suo posto veniva preso da qualcun’altro pronto a questa missione e si aspettava la fine della stagione del ghiaccio per recuperare il cadavere del collega sfortunato e dagli la giusta sepoltura.

E’ su queste basi di vita che si è costruito lo spirito di un popolo, che si è educato e formato un carattere che delle avversità e del sacrificio del singolo per la tutela del gruppo ha fatto la propria cifra esistenziale. Questo popolo sa da sempre che lo stare insieme è l’unica possibilità di sopravvivenza possibile e se oggi vivere in Islanda non è tanto diverso che vivere in Svezia o in un altro qualsiasi posto del nord Europa, c’è però una diversità storica che si tramanda a memoria tra questa gente, e questa diversità storica dice che da soli non si va da nessuna parte.

Qualcuno obietterebbe che però la Nazionale Islandese è giunta ai vertici del calcio europeo solo adesso mentre prima…attenzione però, risultati simili li avevano ottenuti già da decenni in un altro sport di squadra, la palla a mano, c’era bisogno che la tecnologia dello sport del calcio permettesse loro di organizzarsi costruendo campi di allenamento coperti per poter esprimere anche in questo sport il loro potenziale. Pensate solo che gli USA da decenni stanno investendo moltissime risorse nel calcio e il meglio che sono riusciti a raccogliere è un quarto di finale nel mondiale del 2002. E’ vero che ormai stabilmente si qualificano per la fase finale dei mondiali ma con tutto il rispetto per la nazionale USA essere inseriti nel girone di qualificazione del Nord-America non è proprio la stessa cosa che giocarsi l’accesso alla fase finale in Europa. Considerate poi la sproporzione del bacino di utenza da cui raccogliere: trecento milioni di persone contro trecento mila. Questo fa porre delle domande anche sulla presunta efficacia del talento. Con i numeri dell’Islanda è come se quasi non contasse nulla il talento. Quanti ragazzi maschi tra i 16 e i 30 anni ci possono essere? Non lo so ma credo non moltissimi, quindi aver tirato su un undici capace di mettersi dietro nel proprio girone Croazia, Turchia e Olanda, assomiglia alla vittoria della normalità sulla teoria della selezione del talento. E non è un caso, perché tre anni fa vinsero il girone di qualificazione del campionato Europeo e quattro anni fa persero il mondiale agli spareggi con la Croazia.

Il messaggio che ci viene dall’Islanda ci dice che l’organizzazione vale più del talento? Non credo, credo che ci dica qualche altra cosa…e ci dice che la grandezza e la piccolezza di un popolo non si giudica dalla sua influenza sulla storia del mondo, dai numeri della sua economia, dalla sua forza demografica ma dal suo spirito e dalla forza di questo spirito e gli Islandesi da questo punto di vista sono dei giganti e il calcio è solo l’ultimo settore in cui lo hanno dimostrato.