L’ala che viene dal mare

382677_heroaSembrava destinato all’etichetta, che nel nostro calcio ha avuto molto corso di “bello da vedere”. Definizione che da sempre sottintende  che, sul piano pratico, il soggetto in questione vale poco o nulla. Sin dalle prime esperienze calcistiche questa sorta di complimento-accusa lo ha accompagnato con petulanza (come del resto è toccato ai Rivera e agli Antognoni) ponendolo spesso di fronte  con se stesso non di facile composizione.

E questo anche se prima nel Nettuno e poi nel Latina (dove si trovò peraltro a fare tandem con un  2altro bello da vedere”  e cioè D’Amico) il suo repertorio trovò subito corti di estimatori. Alla Roma non seppero forse intuirne subito le enormi possibilità, e questo è un fatto, e dovette fare per ben due volte l’avanti e indrè con Genova prima di collocare stabile collocazione nell’organico dei “lupi”. La prima esperienza genoana fu più brillante delle seconda , che era sopraggiunta dopo un intervallo romano che non lo gratificò della sperata definitiva assunzione tra i titolari giallorossi e che comunque fu vissuta avvertendo in modo troppo preciso la lontananza della famiglia, degli amici di Nettuno, di quei compagni di infanzia  che di lui avevano fatto l’argomento principale delle loro discussioni.

Bruno insomma la grande mare di Genova preferiva il piccolo mare di Nettuno e quando ebbe, finalmente, la possibilità di tornare sulle sue rive in via definitiva sui sentì rinascere sia come uomo che come calciatore. Ricordiamo  questo fatto per chiarire uno dei connotati più cospicui di Bruno che è un campione , ma non un campione da esportazione. Molti romani sono “mammoni” non tanto nel senso che hanno bisogno della mamma quanto perché per esprimersi al meglio, per sentirsi nella “dimensione ottimale” (come si dice oggi) hanno bisogno degli amici, delle battute di matrice romanesca che altrove non troverebbero riscontri, di una certa cucina, di un certi tipo di atmosfera natia che ne esalti le virtù e ne comprima i difetti. Esemplifichiamo. Sin da quando era bambino Bruno ha un emico ed estimatore , a suo tempo anche lui calciatori nelle minori romaniste e nipote di quel Tonino Fusco che dei leggendari giallorossi di Testaccio. Ebbene, ogni volta che Fulvio Fusco  incontra Bruno Conti anziché dirgli “Ciao” o “Come va..??” gli dice semplicemente e serissimamente :” A Brù: sei er più forte”. Bruno ride, ma recepisce quel saluto come una gratificazione. È dunque stato anche merito di un ambiente fatto su misura per lui che Bruno ( che noi, proprio qui sull’Intrepido, ribattezzammo “La finta che viene dal mare “ inducendolo a dirci “Nun le pare troppo?”) ha potuto far esplodere il suo repertorio di fuori-classe proiettandone le schegge sino dalle parti di Pelè che lo ha definito il miglior uomo del mondiale dopo averci fatto sapere di aver sempre ritenuto che giocatori così non ne nascessero più (evidentemente non c’è solo la spiaggia di Copacabana per sfornare campioni: anche quella di Nettuno, nel suo piccolo, combina qualcosa di buono).

Adesso Bruno , che è la modestia fatta persona, dice che il merito è tutto di Liedholm il quale replica che, al contrario, ilo merito è tutto di Bruno. Al di là di questi scambi di fair play la verità è che uno ha capito l’altro, che Bruno ha saputo prendere in corsa l’ultimo autobus per la celebrità che la carriera gli offriva e che la sua fortissima personalità tecnica, in un panorama che da anni tende a soffocare gli estri individuali, ha avuto modo di imporsi bel al di là del modulo che la ospita . La sapienza del palleggio certamente di livelli brasiliani, il dribbling variatissimo e micidiale sia negli spazi larghi che in quelli stretti, la capacità di tirare in corsa o da fermo con la stessa disinvoltura, l’abilità nel crossare canonicamente (cioè sul vertice dell’area piccola più lontano dal punto di battuta) ne fanno un giocatore forse unico e probabilmente irripetibile. Ha più tiro di Causio  e miglior palleggio di Domenghini cui peraltro può invidiare la potenza ma non la precisione delle conclusioni9 e copre una zona di terreno che solo la prima ala tornante italiana (Armano) riusciva a coprire.

Timido com’è, ha affrontato il mondiale con l’autorità di un veterano e la sicurezza che può derivare solo dalla consapevolezza dei propri mezzi. I nettunesi forse esagerano , ma ad ogni buon conto, dopo le partite mondiali dei protagonisti più attesi, hanno pensato bene di ribattezzarlo “MARAZICO” allo scopo di rendere chiaro che , per loro, “Brunetto” è più forte di Maradona e Zico.

Sandro Ciotti, l’INTREPIDO, 4/08/1982