Ma il calcio è ancora metafora della vita?

Sfogliando negli anni le tante riviste, i tanti giornali e i pochi libri sul calcio passati per le mie mani, di tanto in tanto da qualche parte ritornava sempre questa frase: “il calcio è metafora della vita”. Espressa sempre così.

Vedete, il potere delle parole risiede essenzialmente in due fattori, il suono e l’aggregazione. Il primo è il fattore dei poeti, quelli veri, che ricercano il suono nelle parole, la musicalità di esse, perché è vero che le cose possono dirsi in tanti modi e la scelta di dirle con il suono migliore è dono dei poeti. Il secondo fattore è invece è quello dei filosofi che hanno sempre avuto l’ossessione della ricerca e della costruzione del significato.  Man mano che crescendo acquisivo qualche elemento in più sulla capacità di costruire senso e significato con le parole, la suddetta frase iniziò a catturare la mia attenzione e mi portò a porre la domanda: “Perché?”. Perché il calcio è metafora della vita? O meglio perché del calcio si è spesso detto questo?

Mi sono convinto nel tempo che la risposta è semplice e paradossale, per la sua facilità di lettura. Tutti siamo portati a pensare che la vita sia faccenda complicata con tante sfumature e variabili in gioco che ne rendono impossibile ogni forma di prevedibilità e costruzione di schemi. Tutto può accadere nella vita di ognuno di noi e può accadere in qualsiasi momento senza preavviso. Tutto ciò che si costruisce può essere annientato in una frazione di secondo e alle volte quando tutto sembrava perduto, la vita con un colpo di fortuna cambia le carte in tavola. Be’! Il gioco del calcio è uguale.

Data una durata 90′, tutto può accadere. Non parlo del risultato ma parlo della incredibile varietà di cose che possono accadere e che sono somiglianti alle cose che possono accadere nella vita al di fuori del gioco. In una partita può accadere qualcosa di incredibilmente fortuito, incredibilmente ingiusto, casuale, scorretto ma anche qualcosa di giusto, di etico, qualcosa che fa pensare al bene e qualcosa che fa pensare al male, qualcosa di comico, qualcosa di triste, c’è la gioia di chi vince e il tormento di chi perde, il rispetto per chi perde e l’invidia per chi vince, l’accettazione e la ribellione, il rimpianto, la cattiveria e alle volte anche l’inganno deliberato. La vita è casualità e anche il calcio lo è, ha solo due differenze: sappiamo quanto dura una partita e alla fine abbiamo un risultato. Fate attenzione, ho scritto risultato e non vincitore, perché quante partite perse hanno consegnato gli sconfitti alla vittoria? Tante. Io ne ho viste tante. E poi cos’è vittoria e sconfitta? Non sono forse volti di uno stesso impostore?

Quindi sono qui a chiedermi: Il calcio è ancora metafora della vita? Rispondo subito di sì ma…

Qualche riflessione va fatta.

L’umanità ormai è irrimediabilmente malata di scienza, la quale per vocazione tende al dominio e la scienza è il regno della prevedibilità e nemica giurata dell’errore. Procede per aggiusti continui con il solo scopo della eliminazione dell’errore ma spesso insieme ai rimedi ne produce di nuovi. Come già scritto da qualche parte qua, il calcio è diventato nel tempo sempre più scientifico e sempre più alla ricerca degli strumenti migliori per limitare l’imprevedibile al giusto necessario. Fino a questo momento il giusto necessario era la partita, mentre tutto il resto (organizzazione, regole, modello di business, tecnologia a sostegno, preparazione, professionalizzazione…) viene studiato e attualizzato con gli stessi strumenti con cui ormai si attualizzano gli altri aspetti dell’organizzazione dell’agire sociale. Alla partita insomma era rimasta la sacralità del gioco e la liturgia della casualità. Poi venne la tecnologia per eliminare il dubbio sul gol non gol e infine la VAR. Non tratterò nello specifico il tema. Con Mario abbiamo concordato di farlo alla fine di questa prima stagione con uno studio dettagliato fatto di dati e sensazioni raccolte. Qua né accennerò solo per dire che è un ulteriore strumento della trasformazione del calcio che va abbandonando la sua dimensione poetica per abbracciare la moderna visione scientifica.

Se si affronta la questione del tema della giustizia, nel senso di voler rendere il gioco più giusto, allora la Var non solo è un’ottima cosa ma potrà e dovrà solo migliorare sempre di più il gioco. Ma questa considerazione apre un problema, di cosa parliamo quando parliamo di giustizia in una partita di calcio? Che è più giusto vinca alla fine dei 90 minuti il migliore? E chi è il migliore? Lo è la squadra che ha creato più occasioni da gol, quella che si è difesa meglio, quella che ha avuto più sfortuna nelle occasioni create in una partita di sostanziale equilibrio? Ammettiamo pure che la squadra meritevole sia la squadra con il miglior gioco e capace di creare più occasioni da gol, lo ammettiamo in virtù di un assioma che possiamo costruire sul gioco del calcio e l’assioma è il seguente: dato un gioco in cui vince chi fa più gol dell’avversario si ritenga giusto giudicare meritevole chi fa un gol in più dell’avversario o tenti al bel gioco per la ricerca del gol. Ergo in una partita bloccata sullo 0-0 sembrerebbe essere più giusto guardare con occhio meritorio quella squadra che più dell’altra ha creato occasioni da gol, poi la Var vede un fallo in area di rigore su un contropiede e assegna il rigore alla squadra che mai aveva superato il centrocampo in 89 minuti. Risultato finale 1-0. Tutti disposti a dire: giusto così?  Conta buttarla dentro però, i quasi gol non sono gol e nulla c’entra l’averlo cercato con ostinazione se poi non lo si trova. Quindi la Var non rende più giusto il gioco. Anzi in questo caso lo ha reso solo più inguisto e crudele.
La rende più equo? No. Perché al Benevento un episodio Var può regalare qualche punto ma difficilmente potrà dare la salvezza. La mancanza di equità nel calcio si basa su ben altri parametri (budget, rosa ecc..) e allora…
Serve a fare meno polemica? Forse ma nemmeno di questo sarei così sicuro e ve lo motivo subito. Pensiamo che la Var sia oggettiva. Certo lo è quando deve valutare un fuorigioco ma come può esserlo quando deve valutare concetti non misurabili come volontarietà, intensità del contatto e dinamiche di gioco? Non lo può fare perché questo riguarda la sfera della soggettività di chi giudica e da qui il paradosso di pretendere obiettività da uno strumento che osserva ma che non decide. A decidere è sempre l’arbitro. Quindi elimina molta polemica ma non tutta la polemica.

Di sicuro un giorno inventeranno uno strumento capace di leggere le onde cerebrali di Bernardeschi, Mertens o Fazio e chiarirci se intendevano con scienza e coscienza colpire la palla con le mani ma adesso la discrezionalità dell’arbitro ha lo stesso peso e valore di prima.

Ma torniamo alla domanda di partenza: Ma il calcio è ancora metafora della vita?

Credo di sì perché in esso abbonda l’errore e l’imprevedibile del bene e del male oltre alla malafede dei benpensanti e per quanto lo si possa rendere prevedibile e misurabile, per quanto ci si sforzi per renderlo giusto esso rimarrà sempre una cosa in cui a giocare, decidere e visionare sono gli uomini con tutte le loro altezze e bassezze.

Pensateci…Se avessiomo avuto La Var nel 1986 l’Argentina avrebbe vinto ugualmente il Mondiale ma non potremmo raccontare la romanzesca storia della Mano del Dios.

W il gioco del Calcio con il pallone di pezza, l’errore dell’attaccante, la papera del portiere e l’inevitabile errore arbitrale.