Mohammed Alì

163862000_1465019313Oggi, 4 giugno 2016, è morto Mohammad Alì. The greatest (il più grande di tutti) come amava autodefinirsi.

Lo so, non ha  a che fare col mondo del calcio, ma anche lui, a modo suo, è stato un poeta. Si, il poeta del ring. La lontananza generazionale non me lo ha fatto apprezzare “in diretta”, ma tanto ho visto e tanto ho letto su di lui. E’ vero, era il più grande. Potente , veloce, coraggioso, enorme nel fisico e nella  tecnica. Sul ring si muoveva con la stessa grazia di un’etoile della Scala. Irrideva i suoi avversari r solo per iniziare a vincere la battaglia sotto il punto di vista psicologico. Voleva essere un uomo libero.

Lui, discendente di quegli schiavi che hanno fatto l’America, ha vissuto sempre di Libertà. Era campione del mondo quando lo zio Tom gli disse di andare in Vietnam. Lui, da  uomo libero, rispose…

”non ho alcun risentimento contro i Vietcong. Nessuno di loro mi ha mai chiamato negro!!”

Fanculo allo zio Tom e fanculo al Vietnam. Titolo ritirato, carcere. Ma lui è il migliore . Lui si rialza. I neri d’America sono con lui. E’ con lui Malcolm, Martin. Non è solo. Il leone lascia presto la gabbia per tornare nella giungla, la sua giungla è  il ring. E ne diventa presto il re assoluto di nuovo. Contro un suo fratello, grosso come lui, anzi più grosso, più tosto, ma meno incazzato e veloce. Se ne fa dare tante Ali quella notte. Sembra un monologo. Lo stadio urla “ali, buma ye” come un mantra interminabile. Ma lui rimane li sornione, ballonzola da una parte all’altra del quadrato quasi senza voglia. George, il suo antagonista, lo gonfia come una zampogna, ma quel maledetto non ne vuol sapere di crollare. George è stanco, stanco di colpire, stanco di alzare le mani, le braccia. Mohammed questo lo sa, e quando tutto sembrava andare verso la noi assoluta, ecco la poesia che si libra in aria per sempre diventando leggenda. Una serie di colpi improvvisi e veloci coglie di sorpresa il povero George che non sa cosa fare se non accasciarsi e pensare che per quella sera può anche bastare.

E’ di nuovo il Re e stavolta nessuno gli toglierà lo scettro perché quando diventi leggenda , niente e nessuno ti potrà portare via nulla. Hai lottato fino alla fine contro un nemico subdolo e bastardo che ha distrutto a poco a poco il tuo fisico ma la tua anima  e la tua leggenda vivranno per sempre, perché tu eri , sei e rimarrai sempre The Greatest.

Il mio piccolissimo e umilissimo contributo al grande Mohammad Alì prosegue e si conclude con un articolo scritto da Enzo Tortora  nel 1978 per il numero 7 dell’Intrepido.

IL SUPERMAN

Come lo chiamano: Cassius Clay o Mohammad Alì? Del primo il campione negro ha i soldi in banca, la notorietà, del secondo nome una certa spiritualità che però, frequentemente, sfocia  in fanatismo religioso. Fanatismo che gli ha, comunque, permesso di prendersi più di una moglie, liquidando sbrigativamente l’altra e di frequentare ambienti che con  un “apostolo” ben poco hanno a che fare. Certo che tutte queste chiacchiere gli giovano almeno quanto la sua indiscussa abilità nel distribuire, senza nessuna carità religiosa, pugni. E soprattutto, oltre che abile, il Cassius Clay,è un ottimo venditore di se stesso, fra l’altro la parola modestia gli è sconosciuta, e quando parla di sé stesso si cita come “il più grande”. E in ogni occasione.

Racconta un suo ex domestico che persino quando si sveglia al mattino chiede la colazione in questo modo :” Di corsa un caffè al più grande..” Intanto fra una moglie , un figlio, un film, un libro, e tanta pubblicità, non dimentica di essere un pugile o, meglio, di dimostrare che è sempre il più grande e a Maggio disputerà la “bella” con Ken Norton, nel Kuwait, regno dei petroldollari. E sembra ( la notizia viene da fonte sicura) che il signor Cassius Clay avrà per l’occasione, una borsa di tredici milioni di dollari. Spese escluse.

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D’accordo che il Kuwait è un paese sommamente ricco, addirittura i negozi di generi alimentari freschi hanno l’abitudine di gettare via tutte le provviste non vendute in giornata e di rifornirsi di nuovo quotidianamente, ma tredici milioni di dollari rimangono pur sempre una discreta sommetta.

Comunque, prima di arrivare a questa montagna di quattrini e a Norton “il nostro” dovrà incontrare, a Las Vegas, il campione olimpionico dei pesi massimi Leon Spinks.

Commento di Clay su questo incontro:

” Ma chi è questo?? Cosa vuole?? Sul ring non si accorgerà nemmeno di avere il più grande davanti. Andrà giù prima di avere avuto il tempo di rendersi conto di dove si trova. Non riuscirà neppure a guardarmi in faccia. Per raccontare ai suoi amici come sono fatto dovrà portare loro una mia fotografia..”.

Non sempre, però, il pugile ama fare lo sbruffone in questo modo; qualche volta gli riesce perfino l’imitazione di una persona seria e coerente, come  quando dopo la sua adesione ai “musulmani neri”, rifiutò di indossare la divisa militare americana a costo d’interrompere la già prestigiosa carriera.

“Per me il problema religioso è venuto prima di tutto. E anche in quell’occasione non mi lasciai sviare dal peccato! Anche se mi costò la licenza di pugile e il titolo mondiale che nessuno mi avrebbe mai portato via sul ring. Addirittura mi condannarono a cinque anni di carcere e solo dopo una lunga battaglia legale ottenni di nuovo, il ventotto Settembre del 1970, il nullaosta come pugile”.

Comunque tutti i torti Cassius non ce li ha. Spesso nel passato, per ottenere ciò che gli spettava di diritto, ha dovuto far ricordo a gesti plateali. E’ nel vero, infatti, quando afferma che in quei luoghi dove adesso lo portano in trionfo, una volta non poteva nemmeno entrare perché negro..

“Devo moltissimo alla gente comune  e niente al sistema. La società bianca ha reso schiava la mia gente. Adesso l’America è cambiata ma qualche imbecille non manca mai.” E neppure lo consola il fatto che questo è un male comune.

E continua tra un combattimento vittorioso e l’atro, perché sul ring è davvero il più grande, a protestare contro questa società che lo ha reso ,però, miliardario e cerca persino di scusarsi raccontando questa fiaba. “Non sono miliardario, perché vivo in un sistema capitalistico; il sistema aveva bisogno di me e mi ha dato quel che mi ha dato solo perché io sono il più forte e il più furbo.”

Ma poi si riscatta e afferma .” L’America migliora e il merito è della nuova generazione : bianca e nera.”

E così rimane il dubbio: pazzo o santo? Oppure santo pazzo?

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