Nel fango del Dio pallone

Petrini – Fotografo: RCS Roma

“Il calcio è lo specchio della società”.

Chissà quante volte abbiamo sentito o letto questa frase. Una frase intrisa di retorica. Una frase probabilmente azzeccata, ma un po’ banale credo. Nonostante ciò, oggi, per un solo giorno, voglio farla mia. Oggi, Lunedì 29 Gennaio 2018, il giorno dopo uno dei week end più duri per la classe arbitrale e per il VAR.

Nel fine settimana calcistico appena concluso, se ne sono viste di tutti i colori. Rigori negati, altri dati con estrema leggerezza, goal di mano, goal annullati, espulsioni dubbie e contestate. Insomma è stato servito un vero e proprio viaggio nella fiera dell’errore. Ovviamente, già nella serata di ieri, gli sciacalli e gli avvoltoi di carta stampata o trattorie televisive o peggio ancora di tribune calcistiche internettiane, hanno cominciato a deliziarci con le loro tesi ed antitesi inutili quanto le argomentazioni a supporto. Si è alzato, come ogni “maledetta” domenica, il coro di coloro che gridano allo scandalo, alla vergogna, alla mancanza di buona fede ed altre amenità del genere. Ma peggio di tutti sono quelli che gridano, come se fosse un dovere morale, ai quattro venti, il loro senso di appartenenza a questa o quella squadra declamando con precisione chirurgica i torti arbitrali a sfavore da qui, a ritroso, fino all’invenzione del giuoco del calcio. Che pena. A volte, la totale mancanza di argomenti, ti fa argomentare a sproposito. E questo scagliarsi contro il “nemico” a difesa dei propri idoli o colori, la trovo una cosa comica, grottesca e anche culturalmente riprovevole. E in questo gioco del difendiamo il nostro attaccando il loro, noi italiani siamo abilissimi.

Quante volte, per esempio, ci siamo indignati, incazzati, ci siamo detti pronti a ributtare in mare tutta sta “feccia” (termine usato da qualche aspirante Presidente del Consiglio) venuta dall’Africa quando abbiamo sentito di atti di violenza attribuiti a chi l’Africa, la Siria, l’Afghanistan, etc etc li ha dovuti lasciare per i più disparati motivi? E ci siamo incazzati allo stesso modo quando a commettere le stesse schifezze erano cittadini italiani, in qualche caso anche forniti di divisa e per giunta in servizio? No. Non lo abbiamo fatto. Perché quando dobbiamo attaccare attacchiamo in massa contro la massa (tutti gli immigrati fanno schifo). Quando, invece, dobbiamo difendere, sappiamo, magicamente fare i distinguo e sappiamo, altrettanto magicamente, dividere le mele marce da quelle buone. E così è anche con il calcio. Se un arbitro commette un errore a favore della nostra squadra, beh fa parte del gioco. Se lo commette con altre squadre, anzi con squadre che il quel preciso momento storico possono romperti le palle mentre insegui un obiettivo, ecco allora che si parla di complotto, di cose che vanno avanti da anni, di sudditanza, etc etc. Ma non ci sto. Questa logica mi fa schifo e per tale motivo dico che il rigore dato al Napoli ieri (Maietta appoggia la mano su Callejon in area) è ridicolo. E non mi importa nulla se il regolamento prevede questo o quello o se Maietta è stato ingenuo o meno. Non mi frega niente. Credo che un giocatore, nel momento in cui si accascia in area come se un cecchino gli avesse sparato dalla Tribuna, quando, invece, ha ricevuto un colpetto sulla spalla, stia falsando la realtà. E la realtà andrebbe sempre preservata. Non si può punire l’ingenuità con la disonestà. Sia chiaro, il mio non è un attacco a Callejon (chi mi legge sa che lo adoro) ma, piuttosto, ad un modo sbagliato con cui, ormai, siamo abituati a vedere e vivere il calcio.

Anno dopo anno stiamo assistendo alla rovina di un giocattolo bellissimo. Un giocattolo, che, con il passare di mano in mano, si sta rovinando. Tutti parlano. Tutti si sentono obbligati a dire la loro. E non solo per il calcio. Per tutto. Grazie al mondo dei social (mondo che in parte mi permette di scrivere e dar vita alle mie idee) tutti si sentono come i salvatori della patria. Attenzione!!! La propria piccolissima patria. Io, invece, mi sforzo, di salvaguardare e preservare, con quello che penso e scrivo, qualcosa di più del mio orticello. Io sono una che crede che uno stupro è sempre e comunque un atto vigliacco e spregevole e da chi viene commesso non m’importa. Non è un qualcosa che po’ essere declinato o sfumaturizzato. È una barbarie. Punto e basta. E così anche una simulazione, una furbata su un campo da gioco, sono gesti che non possono essere interpretati o analizzati. Sono disonesti e, in quanto tali, non li sopporto. E non mi importa nulla se il protagonista è un giocatore della mia squadra. Voglio essere e sentirmi libero di poter dire che vincere con l’inganno, con la furbata di turno, non mi è mai piaciuto. Ed anche in questo noi italiani siamo bravissimi. Bravissimi a criticare tutto e tutti ma mai altrettanto attenti a vedere i nostri atteggiamenti. Basta scendere 10 minuti in qualsiasi strada di qualsiasi quartiere di qualsiasi città italiana per rendersene conto. Attenzione!!! Lungi da me fare il moralizzatore. Chi scrive tutto è tranne che uno stinco di santo. Però una cosa mi deve essere concessa. Strumentalizzare, ingigantire tutto, vedere del marcio ovunque, è un gioco che sta iniziando a stancare. Siamo un popolo dalla scarsa memoria (se penso che ci sono ancora in giro personaggi che inneggiano al Duce mi si alza la pressione) e dovremmo iniziare di sforzarci di riacquistarla piano piano. E se lo facessimo probabilmente ci ricorderemmo del fatto che oggi noi vogliamo rispedire i migranti a casa loro, ma la stessa cosa la volevano molti tedeschi o belgi quando i nostri nonni o genitori andavano a spaccarsi la schiena nelle loro miniere e nelle loro fabbriche. Ci ricorderemmo che prima di giudicare le malefatte di un albanese o di un rumeno siamo stati noi italiani a portare la mafia in America. La memoria a cosa serve se non a rendere migliore il presente?? Due giorni fa ricordavamo i campi di sterminio nazisti, ma oggi, dopo due giorni, li abbiamo di nuovo dimenticati augurandoci per gli zingari di oggi lo stesso destino patito dai loro nonni 72 anni fa. E allora facciamolo sto sforzo, una volta per tutte e capiamo che un errore arbitrale ci può stare anzi di deve stare, altrimenti di che cosa parleremo. Ma il problema non è parlarne ma come parlarne. E per fare ciò abbiamo l’obbligo di ricordare quali sono stati i veri scandali legati al mondo del calcio. Cosa ha veramente minato la credibilità degli addetti ai lavori. Chiediamoci quali cose, episodi, persone e personaggi sono stati davvero distruttivi prima di rovinarci le serate o le nottate pensando al rigore non concesso o alla mano spuntata nella nebbia di San Siro.

Le farmacie negli spogliatoi, le morti sospette (non solo quelle per doping), il calcio scommesse. Li abbiamo già dimenticati? O qualcuno ce li ha voluti far dimenticare? Può essere. In ogni caso dobbiamo sempre tenere a mente queste vicende e sforzarci di capire che molto probabilmente nulla abbiamo voluto capire da questi fatti. Perché è più semplice alzare il tappeto piuttosto che prendere l’aspirapolvere. E nel fare l’esercizio di prendere l’aspirapolvere ricordiamoci di chi queste cose le ha volute ricordare, le ha vissute in prima persona che probabilmente ci è morto per questo.  E di chi, invece, pur essendone invischiato, ha avuto un destino diverso. Un destino da campione del mondo.

A molti di voi il nome Carlo Petrini non dirà nulla. Ad alcuni ricorderà il presidente di Slow Food. Carlo Petrini è stato uno dei calciatori più noti degli anni ’70. Centravanti, ha militato nel Milan di Nereo Rocco, nel Torino, nel Catanzaro, nel Varese, nella Roma di Nils Liedholm, nel Bologna. Nella primavera del 1980 risultò coinvolto nello scandalo del calcio – scommesse: a Petrini venne inflitta una pesante squalifica che mise, in pratica, fine alla sua carriera. Petrini da calciatore per passione si è trasformato in scrittore per necessità ed uno dei suoi libri più belli è “Nel fango del Dio pallone” (KAOS Edizioni) una bellissima autobiografia. Petrini è morto due anni fa a Lucca di un male secondo lui nato negli spogliatoi e con le pasticche che davano a lui e ai suoi colleghi.

Non voglio parlare di ciò che ha scritto Petrini (se ne avete voglia leggete i suoi libri) ma ho preso spunto da lui per ricordarmi che c’è stato un tempo, neanche tanto lontano, in cui il nostro calcio era avvelenato da scandali e situazioni rispetto alle quali un fallo di mano o un rigore negato o uno che fa il gesto delle manette erano cosa da far sorridere i polli. La memoria a questo dovrebbe servire. A ricordarci sempre che ricordare significa dare il giusto peso alle cose e a fare in modo che gli spettri del passato non si ripresentino.

Chiedo scusa al lettore se sono risultato banale o peggio ancora retorico. Ma siccome mi sento, almeno al pc e in questo blog, una persona libera oggi ho scritto quel che ho scritto perché ne sentivo la necessità.  Di sicuro sono stato sincero e privo di freni. E per me conta solo questo.