Palo ‘e Fierr

Sarà stato il 1982 o il 1983, non ricordo.

Ricordo, però, che era un bellissimo pomeriggio di Maggio. La scuola stava per finire e il mio compleanno sarebbe arrivato di lì a poco.

All’epoca vivevo ancora a Napoli; per la precisione nel quartiere di Mergellina in Vico delle Fiorentine a Chiaia. Passeggiavo per i vicoli che si arrotolavano come anse di un fiume con la smania di vedere la luce e l’azzurro del Mediterraneo. Sotto il mio braccio un involucro di plastica e polistirolo contenente la mia squadra del Napoli di Subbuteo. Ma poteva anche essere la Lazio, per alcuni l’Italia. Andavo, come quasi ogni pomeriggio, a casa del mio amico Luigi per la nostra consueta no stop di partite a Subbuteo. L’aria che si respirava in quei vicoli me la ricordo ancora. Sapeva di sapone per i panni, dei trucioli del falegname, della salamoia che ricopriva decine di bacinelle piene di olive di don Gaetano il salumiere. Le mie preferite erano quelle verdi e grandi.  Ogni volta che passavo da quelle parti me ne prendevo un paio e don Gaetano non mi rimproverava mai, anzi mi faceva sempre l’occhiolino.

Dopo il negozio, sulla destra, c’era una piccola salita. Alcuni operai stavano lavorando ad un muro di un palazzo violentato dal terremoto del 1980. Era pieno di impalcature e putrelle. Sembrava un soldato ferito e quei muratori i medici che cercavano di guarirlo in tutti i modi. Uno di quegli uomini, il più basso di tutti, ma con due braccia che sembravano quelle dell’incredibile Hulk, aveva un martello enorme fra le mani. Un martello così non lo avevo mai visto prima. Aveva la parte in legno molto più lunga dei martelli normali e anche la parte metallica era enorme. Hulk in miniatura lo impugnava con una naturalezza quasi irreale. Nonostante ciò, mentre lo scagliava contro il muro per staccarne, credo, un pezzo, bestemmiava come un disperato. I suoi colleghi lo guardavano con rispetto e simpatia. Dopo vari colpi conclusisi tutti sempre con un bel rimbalzo del martellone contro il muro, l’omino di ferro appoggia l’attrezzo di legno e metallo a terra e, asciugandosi il sudore con la mano impolverata, dice ai suoi amici:” Uagliù ce ne possiamo andare, stu muro nun o vott n’terra neanche Bruscolotti!!!”

Giuseppe Bruscolotti è uno dei simboli più importanti del Napoli e quindi di Napoli. Nel cuore dei Napoletani dopo Maradona c’è Bruscolotti.

Nato a Sassano (solo in un paese con questo nome poteva nascere Bruscolotti) il 1° Giugno del 1951, Bruscolotti detiene, con 511 partite giocate tra campionato e coppe, il primato di presenze in tutte le competizioni con la maglia del Napoli indossata dal 1972 al 1988. Difensore vecchio stampo. All’epoca non esistevano tanti schemi o dogmi. All’epoca i difensori avevano un solo scopo. Annullare ad ogni costo l’attaccante di turno. In questo Bruscolotti era abilissimo. Fisico possente per l’epoca, era soprannominato palo ‘e fierr (palo di ferro). Difficilmente lo si vedeva a terra, mentre facilmente si vedevano gli attaccanti “sbattergli” addosso e cadere proprio come quando hai la sventura di avere un incontro casuale con un palo di ferro su un marciapiede. In sedici anni di carriera ha vinto poco. Lo storico capitano del Napoli pre Maradona ha vinto “solo” uno scudetto (il primo storico scudetto del Napoli) , due coppe Italia e una coppa di Lega Italo- Inglese. Qualcuno potrebbe dire che è un bottino magrissimo, ma a Napoli è un bottino ricchissimo, fidatevi…

E poi, stiamo parlando di un calciatore, anzi un capitano, che per molti anni ha tribolato con la sua squadra senza vincere nulla. Con l’avvento di Maradona, quando ormai la sua carriera era al crepuscolo, si è tolto la soddisfazione più bella. Lo scudetto. Il primo, quello più bello, quello che verrà per sempre consegnato alla storia.

Io Bruscolotti lo ricordo bene e l’ho anche conosciuto. In quegli anni frequentavo, con scarsissimi risultati, la scuola calcio di Gianni Improta. Nella mia testa volevo diventare un difensore fortissimo. Peccato, però, che testa e piedi non andassero molto d’accordo.

Un giorno, uno degli allenatori, ci disse che sarebbero venuti a trovarci due giocatori del Napoli per scambiare qualche chiacchiera con noi. Inutile dire che si scatenò subito il “bordello” più assoluto. Eravamo circa in 50 ed urlavamo e saltavamo dalla gioia. Non c’è cosa più bella per chi vuol diventare un calciatore che conoscerne uno vero.  Da una macchina nera scesero due uomini che sembravano enormi. indossavano la tuta blu del Napoli, quella con zip al centro e la N arrotondata che conteneva una testa d’asino sul petto a sinistra. Pantaloncini e scarpe da ginnastica facevano il resto. Erano Luciano Castellini e Giuseppe Bruscolotti. Improta ci aveva portato due miti del Napoli. Ci fu severamente vietato di correre verso i due. Dovevamo aspettarli in mezzo al campo e stare tranquilli. Io ero rapito. Vedere da vicino due persone che hai visto tante volte, ma solo in tv, è una sensazione strana. Ti fa vedere quelle facce, quei corpi, sotto una luce completamente diversa. Più umana. Mentre si avvicinavano, avevo gli occhi puntati sulle gambe di Bruscolotti. Abbronzate, storte, ma soprattutto muscolose e piene di lividi , buchi, ammaccature varie. Pensai che quelle erano le gambe di un guerriero. Quando, finalmente ci raggiunsero, ci fu detto di sedere a terra. Si presentarono, ma non ce n’era bisogno. Parlarono a lungo di cosa significhi essere un calciatore. Non ricordo benissimo cosa dissero, anzi cosa disse visto che parlò per lo più Castellini. Bruscolotti era uno di poche parole e si vedeva. Però, ad un certo punto, prese la parola e , con la sua cadenza forte e lenta, disse:

“Io mi sento di dare solo un consiglio a chi di voi vuole diventare un difensore…. Non dovete mai avere paura. Voi siete persone che la paura la devono fare non la devono subire. Se l’attaccante capisce che avete paura capisce che può avere qualche speranza contro di voi. Il difensore è quello che la gamba non la toglie mai e se prende la palla tanto meglio. Se non la prende va bene lo stesso.”

Questo, in sostanza , fu il suo intervento. Del resto del pomeriggio ricordo ben poco. Castellini si trattenne con i portieri per far vedere qualche movimento mentre Bruscolotti si intrattenne con Improta.

Dopo tanti anni, quando ormai la sua carriera era finita, rividi Bruscolotti in tv. Aveva l’aspetto di un uomo normalissimo, non sembrava più il guerriero dei primi anni ‘80. Ingrassato, con gli occhiali, un maglioncino ordinario, veniva intervistato da un giornalista che gli chiedeva cosa avesse provato in quel famosissimo Napoli Juve in cui Maradona segnò, secondo me, la sua punizione più bella. Si, quella a due in area con la barriera a 5 metri e Tacconi che quasi fece a testate col palo. Quando Bruscolotti rispose svelando che Maradona, nonostante le proteste sul fatto che la barriera fosse vicinissima,  gli disse che avrebbe fatto goal comunque, lo disse con lo stesso tono e la stessa cadenza di quel pomeriggio dei primi anni ’80. Un moto di tristezza mi invase. Erano passati tanti anni e sia io che lui non eravamo più gli stessi. La vita gli ha dato tanto ma gli ha anche tolto tanto.  E il fatto di essere “diventato” uno come tutti non è semplice, soprattutto in una città come Napoli, una città che non dimentica i propri eroi. Ora gestisce un’agenzia di scommesse a Fuorigrotta ed è un apprezzato opinionista, ma per i tifosi del Napoli dietro quegli occhiali e quella pancia prominente si nasconde, acquattato, quasi timido, sempre nu palo e fierr più duro dei muri più duri.