Per pochi, ma non per tutti

La storia che voglio raccontare è una storia che abbraccia 40 anni. E’ una storia a ritroso. Comincia il 2 Luglio del 2016 e termina il 20 Giugno del 1976. Questa è la storia del cucchiaio.

Con il termine “cucchiaio”, nel calcio, si individua un  modo per calciare la palla in direzione della rete avversaria che può essere fatto di corsa o da fermo battendo un rigore. Il pallone, colpito con un tocco leggero dal basso, segue la traiettoria di una parabola rovesciata, che disegna, appunto, in aria, la sagoma di un cucchiaio. E’ un gesto tecnico difficilissimo. Richiede una sensibilità, una freddezza e una dosa di follia che soltanto pochi giocatori hanno. Per questo motivo, quando dal dischetto un calciatore “improvvisa” un cucchiaio, i risvolti possono essere solo due. In caso di goal, il gesto viene osannato come una meraviglia scesa in terra ad illuminare gli occhi degli spettatori. In caso di errore, qualsiasi esso sia, parata del portiere, palla troppo lenta, troppo veloce, angolata, non angolata, il risultato è lo stesso. Catastrofe immane!!! Un rigore puoi sbagliarlo, e noi italiani lo sappiamo benissimo. Ma se lo sbagli calciando un cucchiaio, sei fottuto per sempre. E anche questo, noi italiani, lo sappiamo benissimo.

E’ il 2 Luglio del 2016 e in Francia va di scena il secondo quarto di finale del campionato Europeo di calcio. Ad affrontarsi ci sono Italia e Germania. L’Italia di Conte, già in odore di santificazione per “averci” portato ai quarti, affronta l’eterna Germania, quella sempre presente nell’Olimpo di qualsiasi manifestazione calcistica e che nonostante ciò non ci ha mai battuto se non in partite amichevoli. La partita è noiosa. Si bada a non prenderle e le due squadre ci riescono solo in parte. I tempi regolamentari terminano sull’1-1 e i supplementari sono una brutta copia dei primi 90 minuti. Si va ai rigori. Gli attori principali di questo film visto e rivisto tante altre volte, sono i due portieri più forti in circolazione. Gigi Buffon, che dall’alto dei suoi 37 anni è considerato da molti il più forte di sempre e Manuel Neuer, che, invece, ha tutta una vita ed una carriera davanti per diventare il più forte di sempre. Nonostante la presenza di questi due “mostri” dell’area di rigore, i rigori parati alla fine saranno solo 3 sui 18 tiri totali. Si qualificherà la Germania per 7-6, ma questa partita rimarrà nella storia per un motivo che col calcio ha poco a che fare. O meglio ha poco a che fare con il lato sportivo del calcio.

Ad un certo punto, sul dischetto, si presenta tal Graziano Pellè, centravanti fisico più noto in patria per la sua pettinatura perfetta che per la sua classe. Graziano, figlio del Salento, amante del parrucchiere e dei social network, si piazza sul dischetto con l’aria di un ragazzino che crede di saperne una più degli altri. Sistema il pallone, fa qualche passo indietro ed è lì, in quel momento, che accade il fattaccio. Guarda dritto negli occhi il portierone teutonico e gli fa un gesto. Un gesto eloquente, beffardo, stupido. Gli fa il gesto del cucchiaio. Ti faccio il cucchiaio!!! I telecronisti farfugliano qualcosa, ma vista la noia a cui ci hanno condannato per più di 120 minuti, nessuno li ascolta più. Nessuno ci crede in quel gesto, in quella promessa da quattro soldi. Di sicuro non ci crede Neuer. Troppo concentrato, troppo abituato a tali scenari, troppo serio per pensare che un Pellè ( e non Pelè) qualsiasi possa fare una cosa simile in una partita così importante. Neuer lo sa. Se lo dice a se stesso..” non sei abbastanza forte e pazzo per fare una cosa simile..”. Il ragazzotto patinato prende la rincorsa e calcia uno dei peggiori rigori mai visti. Palla lenta, non inquadra la porta e, soprattutto, il portiere, lo stesso che non ha mosso un muscolo quando si è visto quel gesto davanti agli occhi, intuisce la traiettoria facendo capire che se mai quella sorta di tronista avesse inquadrato la porta, la palla se la sarebbe coccolata in un lungo abbraccio. Eccola la catastrofe di cui sopra. Italia in svantaggio, ma soprattutto una delle peggiori figuracce mai viste su un campo da calcio. Nello sport puoi fare tutto, ma non puoi, o meglio non dovresti, mai e poi mai prendere in giro il tuo avversario. E il caro Graziano, lo ha fatto. Ed ha preso come bersaglio per la sua bravata da bulletto una persona che oltre ad essere un grande portiere si e’ sempre dimostrato uno sportivo esemplare. Il caro Graziano ha scelto anche la nazionale avversaria sbagliata. La Germania. I tedeschi. Quelli che, nel 2016, ancora pensano che noi italiani siamo gli sbruffoncelli di turno, che non prendono sul serio nulla, quelli che non ci hanno mai battuto in partite ufficiali e per questo sono incazzati neri. Con un gesto, un semplice gesto, ha messo in ombra tutto il resto. L’errore decisivo di Darmian, la vittoria dei tedeschi, finanche il balletto goffo di Zaza. Quella partita verrà ricordata solo per il suo gesto sconsiderato. O meglio verrà ricordata da tutti, tranne da noi che non vediamo l’ora di dimenticare. Ma al caro Graziano credo che alla fine importi poco. Dopo una settimana appena era già a bearsi, come le cronache di Istagram  documentano, su qualche isola insieme a qualche amica a godersi il sole di Luglio, sempre con la  sua pettinatura impeccabile.

Quello che doveva essere un gesto di altissimo spessore tecnico, si è rivelato un fallimento totale. Forse anche per questo, non possiamo fare a meno di tornare con la memoria ad un altro campionato Europeo, quello giocatosi nel 2000. In quel campionato un campione vero ci deliziò con un pallonetto dal dischetto che lasciò interdetti IL TELECRONISTA, i compagni, gli spettatori tutti e gli avversari.

Quel campione era ed è Francesco Totti. All’epoca era molto più giovane ma la classe e la “pazzia” sono sempre le stesse. Ora che è agli sgoccioli di una carriera bellissima colorata solo del giallo e del rosso della sua amata Roma, noi italiani ce lo ricordiamo per quel cucchiaio improvviso, delicato, non annunciato, poetico, che lasciò sbigottiti ed increduli i fortissimi olandesi. Osannato da tutti in patria e sognato da tutti all’estero. Tutti lo volevano, e non solo per quel gesto, ma lui da romano ha ed ha sempre avuto solo la Roma nel cuore. Lui, oggi, è l’ultima “bandiera” del calcio Italiano. Ma questa è un’altra storia.

Prima e dopo la magia der Pupone, altri campioni si sono innamorati del cucchiaio. Maradona, Ibrahimovic, Pirlo, Cassano, Ronaldinho solo per citare i più famosi. Tutte persone dalle quali ti aspetti gesti del genere, tutte persone capaci di ben altro su un campo da calcio.

Ma chi fu il primo? Chi per primo ha deciso che era arrivato il momento di cambiare qualcosa. Chi fu il primo che grazie al suo coraggio è entrato per sempre nella storia del calcio?

Ancora una volta siamo in un campionato Europeo, precisamente quello del 1976 giocatosi nell’ormai scomparsa Jugoslavia. Ancora una volta c’è l’onnipresente Germania di mezzo. Ovviamente, quando si parla di Germania, soprattutto in quegli anni, si parla di Finale. Di fronte c’è un’altra scomparsa del calcio e della Geografia. La Cecoslovacchia. La partita termina sul 2-2. A me, che in quell’anno avevo appena 4 anni, quei nomi dicevano poco o nulla, ma alcuni nomi dei tedeschi mettono paura solo a leggerli. Franz Beckenbauer, Hans-Georg Schwarzanbeck, Bernd Holzenbein, sembrano nomi di carri armati e non di calciatori. Dall’altro lato ci sono gli “umani”. Anton Ondrus, Karol Dobias, Pavol Biros. Nomi normali. Di gente comune. Anche nella finale del 1976 si va ai rigori.  Massimo equilibrio anche dal dischetto. I due portieri (quello tedesco è un certo Sepp Maier) non hanno molto lavoro. Tutti segnano, almeno fino al rigore numero 8. Lo sbaglia Uli Hoeness maglia numero 8. Ne rimane uno solo. Se la Cecoslovacchia segna, sarà campione d’Europa per la prima e…anche ultima volta. Sul dischetto si presenta Antonin Panenka, baffoni e capelli al vento. Numero 7. Il numero dell’ala. Quello dei piccoletti, di quelli che sgusciano e si infilano dappertutto. La rincorsa è lunga, com’era costume dell’epoca. Corre veloce Panenka, e quando sembra che stia per scagliare una bordata tremenda, il pallone, come per magia, si alza. Non corre, vola. Leggero, sinuoso, disegna un arco. Un arcobaleno che avrà come suo tesoro la rete dei tedeschi.

Le bocche rimangono aperte, gli occhi sgranati. Scrosciamo gli applausi e gli abbracci accoglienti dei Cecoslovacchi diventano la degna chiusura di quel campionato.

Antonin diventa eroe nazionale, la sua squadra diventa campione d’Europa ed il calcio diventa poesia per una notte. Una notte di 41 anni fa.