Più forte del tempo

Marco apre la porta della camera di suo figlio con fare circospetto. In casa non c’è nessuno, ma si muove come se stessero ancora dormendo tutti. Sua moglie e la piccola Viola sono già uscite in direzione dell’asilo.

Oggi suo figlio compie 10 anni e gli ha promesso che sarebbe potuto entrare alla seconda ora. La mamma, invece, era stata inflessibile. “Il compleanno lo festeggeremo Sabato. Non se ne parla assolutamente di saltare la scuola. Entri più tardi. Si, così dormi di più, come dice papà!!”, aveva detto con dolcissima fermezza. Quella dolcissima fermezza di cui sono capaci solo le donne. Quei no senza se e senza ma, quei no senza appello che servono a farci diventare grandi, capaci di fartele amare sempre di più soprattutto se sono la tua mamma, con la consapevolezza che sono loro gli unici adulti della famiglia.

La camera è più illuminata del solito. Il sole è già alto rispetto agli altri giorni e i fasci di luce disegnati dai buchi delle tapparelle, si fiondano lungo la parete opposta alla finestra. La stessa parete sulla quale, tanti anni prima, avevano vissuto i poster di Batistuta e Rui Costa, idoli incontrastati di Marco. Per un attimo Marco ripensa a quei momenti, ma l’attimo vola via subito. La camera odora dell’alito di suo figlio e dal fetore delle sue Converse All Star.

“Ancora esistono ste trappole di tela??”, pensa mentre le raccoglie per riporle nella scarpiera accanto agli scarpini con i tacchetti. Alza di qualche centimetro la tapparella pensando, come ogni mattina, a quanto dovrà bestemmiare prima che suo figlio tocchi terra dopo l’orgia di sonno che si è sparato. Si gira verso il letto e si accorge, con meraviglia, che suo figlio ha gli occhi aperti.

“E tu?? Già sveglio?”, e mentre dice questa frase gli si siede accanto.

“Buon compleanno amore mio”, e lo abbraccia forte. Da vicino l’alito è ancora più pesante. Colpa di quell’apparecchio di merda…

“Grazie papo”. Al piccolo non era mai piaciuta la parola papà.  Troppo simile a babà, la parola più buffa del vocabolario.

“Allora?? Che ci fai già sveglio?”

“Nulla, pensavo!” dice mentre si stropiccia gli occhi ancora assonnati.

Marco ha un sussulto. Se esiste un momento, un momento preciso, tangibile, netto in cui un bambino smette di essere solo un bambino per trasformarsi in un bocciolo primordiale di uomo, beh lui lo ha appena vissuto. Quel “nulla, pensavo” lo inonda di gioia.

“… e sentiamo un po’, a cosa pensa un ragazzino alle 8 di mattina del giorno del suo decimo compleanno?” dice con l’aria di chi la sa lunga.

“…papi, pensavo, che tu e la mamma non mi avete mai raccontato il giorno in cui sono nato. Ieri sera ho pensato che non so nulla di quel giorno. E stamattina, quel pensiero, mi ha fatto svegliare subito…”

Eccolo il secondo sussulto. Più potente del primo. Si sente spaesato. Possibile che in una sola notte, suo figlio avesse avuto una metamorfosi così forte? La memoria di Marco non gli permette di correre fino ai suoi dieci anni per cercare di ricordarsi cosa si sente, cosa si pensa a dieci anni.  Ma è, comunque, abbastanza forte da poter correre indietro a quel giorno di dieci anni prima.

“Possiamo rimandare a stasera? Rischiamo di far tardi a scuola e al lavoro”. Dice questa frase consapevole del fatto che il saper essere convincente non è mai stato il suo forte. Cercava un appiglio al quale aggrapparsi e suo figlio glielo aveva appena fornito.

“Dai!!! Ti prego. Cominci ora e finisci stasera. Sono le 8 e io devo entrare alle 9.30. Abbiamo ancora del tempo”.

Al “dai!! Ti prego”, la voglia di Marco di andare al lavoro era già svanita del tutto. Niente lo rendeva più felice che parlare con suo figlio e raccontargli aneddoti o episodi della sua vita passata. Se poi l’episodio in questione riguarda il primo giorno di vita di quell’ometto che lo guarda con aria assorta fra le lenzuola stropicciate del suo letto…

“Ok, va bene, ma solo un quarto d’ora, capito? Se facciamo tardi tua madre ci ammazza…“ entrambi ridono, mentre la mente di Marco raggiunge in un baleno il 4 Marzo del 2018.

“Quel giorno me lo ricordo bene, benissimo!!” dice dopo un lungo respiro.

“La dottoressa che aveva in cura la mamma mentre tu crescevi nel pancione ci disse che saresti dovuto nascere, con ogni probabilità, il 7 Marzo. Per questo motivo, verso gli inizi di Marzo, riempimmo un borsone con le cose necessarie per affrontare due o tre giorni di ospedale. Camicia da notte, mutande, salviettine, e, fra le cose che sarebbero servite alla mamma, mettemmo anche il tuo primo vestitino, quello che fanno indossare ai neonati subito dopo il primo bagnetto”.

I peli sulla schiena di Marco si rizzano come la coda di un pavone, ma questo suo figlio non può saperlo.

“La sera prima andammo a letto presto. La pancia era enorme e mamma faceva fatica a fare tutto, anche camminare. Ci addormentammo subito. Verso le 6 del mattino, la mamma mi butta giù dal letto. Erano cominciate le prime contrazioni”

“Che sono le contrazioni??”

“Sono il segnale che il bimbo non vuol più stare nella pancia, e che è arrivato il momento di uscire. Corremmo in ospedale. Ci diedero subito una stanza e per fortuna eravamo solo noi due. Le contrazioni erano all’inizio. La mamma aveva ancora poco dolore. Le attaccarono un macchinario che serviva ad ascoltare il tuo cuoricino che batteva. Faceva un rumore tipo quello di una mandria di cavalli al galoppo”

Il piccolo sorride imbarazzato.

“Mentre ascoltavamo il tuo cuore galoppare mi accorsi che non avevamo portato l’acqua. Puoi pensare per giorni a cosa mettere in una borsa da viaggio, ma nonostante ciò dimentichi sempre qualcosa. Così esco per andare al bar e prendo il cellulare dalla tasca dei jeans. Mi accorgo che, nella fretta, non l’avevo nemmeno acceso. Nel corridoio del reparto di maternità quel coso iniziò a fare un casino tremendo.

Mi arrivarono un sacco di messaggi. Whatsapp, Facebook, Messenger. Sembrava impazzito.

“Astori è morto!“ Marco è una tragedia, il Capitano non c’è più”  In un messaggio su Facebook c’era solo scritto “NOOOOOOO!!!!!!”. Erano i miei amici che mi comunicavano che si era appena sparsa la voce che Davide Astori, che allora era il capitano della Fiorentina, era morto nella notte. Quella volta dovevamo giocare a Udine, ma il cuore del capitano, forse troppo stanco, decise di addormentarsi per sempre. Mi ricordo che mi dovetti sedere. Chiamai subito zio Paolo per avere delle notizie in più e poi, ovviamente, per avvisare tutti che eravamo in ospedale in attesa che tu nascessi. Lo zio aveva saputo della notizia ed era in strada per andare al bar dove ci vedevamo prima di ogni partita. Gli dissi che eravamo in ospedale. Mi rispose che sarebbe arrivato quanto prima. Arrivai al bar dell’ospedale con la speranza che la notizia fosse falsa. Non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta che un deficiente qualsiasi si inventava la morte di qualcuno famoso. Notai subito che c’era un silenzio spietato. Ero entrato in Ospedale felicissimo e pieno di adrenalina per trasformarmi ina una sorta di zombie rintronato. Nella sala dove servivano i caffè e i cornetti c’era un sacco di gente. Chi in pigiama, chi in camice bianco, chi con vestiti normali. Tutti erano zitti e tutti erano con la testa sopra il bancone dove c’era uno schermo con le immagini di un giornalista in collegamento da Udine. Si sentiva solo la voce del giornalista. Dalle prime indiscrezioni, diceva il giornalista con una faccia tanto afflitta quanto falsa, sembra che Davide Astori sia morto nel sonno per cause naturali. I suoi compagni, preoccupati del fatto di non averlo visto a colazione, sono andati in camera ove hanno trovato il corpo senza vita del capitano. Astori aveva 31 anni e lascia la moglie Francesca e la piccola Vittoria di due anni. La Federazione ha deciso di annullare tutte le partite in programma oggi.  Cazzo, allora è vero!!! Pensai ad alta voce. Il collegamento fu interrotto per dare spazio ad un altro argomento e, come per magia, le figure all’interno del bar ricominciarono a muoversi tutte insieme nello stesso istante. Io mi sentivo come può sentirsi un pugile in un angolo. Non riuscivo bene a mettere a fuoco quel che stava accadendo. Il cellulare continuava a vibrare. Sentivo il mio cuore sbattersi come la centrifuga della lavatrice che c’è in bagno. Nella centrifuga però, non c’erano i panni ma mille sentimenti ed emozioni. Gioia, perché stavi per venire al mondo, ma anche tristezza, rabbia, incredulità per chi questo mondo lo aveva appena lasciato.

Vedi quando muore un calciatore è come se morisse una piccola parte di te. Come posso spiegarti. Il mondo del calcio è come se fosse un pianeta parallelo al nostro. Un pianeta fatto di prati verdi, palloni, calciatori e tanta gente che si sbatte per vedere quella palla rotolare dopo un calcio ben assestato. Quando qualcuno vola via da quel pianeta per andare chissà dove, un piccolissima parte di te lo segue. E non importa se giocava o meno per la tua squadra. Quello è l’unico momento in cui la gente che vive su quel pianeta diventa una cosa sola.

Ricordo che presi un caffè e ricordo anche che fu il peggior caffè della mia vita. Mi fece talmente schifo che da quel giorno solo l’odore del caffè mi fa vomitare”.

Il piccolo accenna a un sorriso, ma subito torna serio per non perdere nulla del racconto.

“Quando rientrai in camera, tua madre era una iena. Le contrazioni erano aumentate e con esse il dolore. Ci prepararono e ci fecero spostare in una stanza che si chiama sala parto. Stavi per nascere. Ero emozionatissimo. Finalmente ti avrei conosciuto. Nonostante quell’emozione, però, una parte di me non poteva fare a meno di pensare al capitano. Dicevano alla mamma di spingere. Le tenevo la mano, sudavo come un dannato e lei spingeva a più non posso. Erano passate 7 ore da quando eravamo entrati in ospedale e finalmente, alle 14 sei nato e in quel momento la mia vita, la nostra vita, è cambiata per sempre”.

Il piccolo si nasconde per un attimo sotto le lenzuola, ma il padre con un pizzicotto lo fa uscire di colpo.

“Fui io a farti il bagnetto e metterti il vestitino prima di consegnarti all’ostetrica che ci venne a prendere per portarti in una stanza dove c’erano i marmocchi appena sfornati come te. Nel tragitto tuo zio Paolo, i nonni, ma ero talmente emozionato che mi sembrava di essere in un altro mondo. Ad un certo punto credetti di aver visto Batistuta, ma era solo un dottore con i capelli lunghi.”

Il piccolo ride al pensiero di Batistuta vestito da medico.

“Quando ritornai in sala parto trovai la mamma distrutta ma felice. Rimasi con lei qualche minuto. Dovetti lasciare la stanza perché dovevano lavarla e darle le medicine per lo sforzo. Però, prima di uscire le dissi “devo dirti una cosa… ho cambiato idea sul nome. Voglio chiamarlo Davide!!” tua madre mi guardò con l’aria di chi pensa di avere un idiota di fronte, ma nonostante ciò mi sorrise e mi disse “mi hai rotto le scatole per mesi che volevi che si chiamasse Gabriele. Mica per Batigol, noooo che c’entra???!!! Gabriele è un nome nobile, gli angeli, di qua di là. Ed ora? Davide? Ti ha detto bene. Davide era nella mia lista e in quella lista Gabriele non c’è mai stato…” e mi diede un bacio e mi disse di andar via che si sentiva un cencio. Ero troppo eccitato per riposare. Nella sala d’attesa erano arrivati Giancarlo ed Irene. I nonni erano andati ad ammirarti mentre rompevi le scatole, con le tue urla, agli altri microbetti che cercavano di dormire. Giancarlo mi corse incontro e mi abbracciò forte. Lo stesse fece zio Paolo. Piangevano e mi misi a piangere anche io. Forte forte. Ma le nostre non erano solo lacrime di gioia….

Rimanemmo in ospedale 4 giorni.  Ci fecero uscire la mattina presto dell’8 marzo, la festa della donna.

L’aria di Firenze sembrava gelida dopo aver avuto addosso la calura dell’ospedale per 4 giorni. Tu dormivi beato. Guidavo per le strade ma in strada non sembrava ci fosse nessuno. Quelle poche persone che giravano erano solo i turisti. Si circolava bene. Arrivammo a casa in un baleno. Lì ci aspettavano nonna Amelia e nonna Luisa che non vedevano l’ora di spupazzarsi il nipotino. La mamma era stanca ma felice di ritornare a casa. Ti sistemammo dove sei adesso, solo che allora non c’era ancora il letto ma una vecchia culla che aveva preso il posto di quello che era stato il mio letto” dice Marco con aria di finto rimprovero. “Dopo aver salutato le nonne, vado nel mio armadio a prendere la sciarpa che mi aveva regalato il nonno tanti anni prima. La mia sciarpa da stadio come la chiamo io. La sciarpa che si indossa solo allo stadio e solo lì. Esce solo in occasione della partita. Il resto della settimana deve stare al caldo e all’asciutto. La in infilo sotto il giubbino e dico a tutti che esco per andare al Comune a sbrigare delle pratiche per i tuoi documenti. Scendo di volata le scale e prendo la moto. Dopo 5 minuti sono sotto casa di zio Paolo. Il nonno era partito due ore prima con un suo amico. Volammo verso piazza Santa Croce. Lì ritrovammo il nonno e il suo amico entrambi con gli occhi scuri e la maglietta della Fiorentina. Eravamo a migliaia, decine di migliaia corsi in quella piazza bellissima per dare l’ultimo saluto ad un ragazzo di 31 anni che aveva lasciato una bimba di poco più grande di te”

Davide ascolta rapito e quando vede gli occhi del padre riempirsi di lacrime, non esita un attimo e lo abbraccia forte forte e comincia a piangere pure lui. Marco prova un po’ di vergogna, ma la forza di quel momento va oltre la vergogna e l’imbarazzo. Con la coda dell’occhio guarda la sveglia. Le 9.40. Addio scuola. Addio lavoro. I due si staccano e il padre tira su tutta la tapparella con la mano destra mentre con la sinistra si asciuga gli occhi. Il sole è accecante. In cielo non c’è nemmeno una nuvola.

Si gira e vede Davide seduto sul letto con aria triste…

“Cos’hai??.”

“Non ho voglia di andare a scuola!!”

Marco si gira verso il cielo. Apre un pochino la finestra. Lo spazio necessario a far passare un po’ di aria. La ventata sa di primavera e di mimosa. Un piccolo brivido si insinua sotto la felpa.

“Oggi niente scuola. Ora si fa colazione e poi io e te ce ne andiamo a giocare a pallone ai giardinetti!!”

“SIIIIIIIIIIIII!!!!!”

Davide salta dal letto e corre ad abbracciare il bacino del padre.

“Sei il papà migliore del mondo!! “E mentre lo dice pensa che, in fin dei conti, la parola papà non è mai stata così meravigliosa.